25 Dicembre 2010
Premessa: è un post un po' vecchiotto. Decido di pubblicarlo ora perchè ormai è parecchio che non posto più nulla.La troverete presto anche sul giornale :)
In principio erano le Scene Queen. "Regine della scena", e con una formula ben precisa per esserlo. Magrissime, truccatissime, svestitissime... E chi sono, vi chiederete? Vediamo che si può fare per rendervi note queste creature quasi mitiche... Tutto è iniziato con le giovanissime ragazze made in USA che si facevano pubblicità sui social network e su Youtube, rendendo partecipe chiunque della loro
vita, del loro look, delle loro passioni. Qualcuna di loro, poi, ha
avuto la fortuna che tra i "chiunque" ci fosse anche un talent scout,
ammaliato dal loro stile, che le ha portate
alla ribalta facendole diventare modelle alternative. Così le
extensions si sono unite agli abbinamenti di capi improbabili, ai
piercing, agli pseudonimi. E sono nate le prime Scene: la biondissima Kiki Kannibal, sorella maggiore della dolce Dakota Rose, seguite da Audrey Kitching e Brittany Kramer, che vanta addirittura il titolo di
vincitrice del reality "Paris Hilton My New BFF". Tra le Scene più
famose c'è anche Jeffree Star, trans dai capelli rosa e dal talento
musicale (quasi) indiscutibile.
Da lì la moda si è diffusa
ovunque ed è cominciata la lotta all'ultima extension: la formula era
"più sei alternativa, più ti notano". Chi non ha mai desiderato la
celebrità istantanea? E così tante giovani ragazze hanno cominciato a
cambiare gradualmente stile, atteggiamento, nome. Brevemente, i punti fondamentali per essere una Scene Queen a pieno titolo erano: 1)avere (o aver avuto) una storia con un musicista (anche il cembalista dei TrattoreBoys, non c'è problema!); 2)avere decine, centinaia di extensions, meglio se multicolor; 3)indossare cerchietti e mollette con teschi, pupazzetti di hello kitty, fiori giganti; 4)portare microvestiti aderentissimi e calze strappate dai colori shock; 5)avere migliaia di contatti su ogni social network possibile; 6)farsi
chiamare con uno pseudonimo, possibilmente contenente nomi macabri/ di
farmaci psicoattivi / di droghe di varia natura (es. Lily Corpse, Jenny
Valium, Kelly Cocaine...) 7)riempirsi di piercing (vale anche con photoshop, eh!) 8)documentare
tutta la propria vita con video e autoscatti modificati a computer ( e
farsi ASSOLUTAMENTE lasciare commenti positivi). Per gli Scene King, ovvero la versione maschile delle Scene Queen, valevano le stesse regole. Compresi i cerchietti...si.
Un
tempo, le Scene popolavano il social network Netlog con le loro chiome
(finte) lunghissime e colorate, con i loro leggins leopardati e i loro
piercing (in genere finti anche quelli) ovunque. Erano ologrammi
ultramodificati dal magico Photoshop, ma pur sempre bellissimi. Da
noi, ce l'hanno fatta in primis Vicky Moss, Barbie Xanax e giusto al di
là del confine svizzero la grottesca Princy Lust. Loro, tra l'altro, non
si vogliono definire "scene queen", ma fanno tutto per dimostrare di
essere esattamente tali.
VICKY MOSS è stata la prima furba di una
lunga serie: visto che il suo look da p-goldina biondissima e le sue
foto in mutande sul divano non rendevano il successo sperato, ha pensato
bene di guardare oltreoceano (e di fare un giro dal parrucchiere):
così, la sua chioma è diventata nera, cotonata e chilometrica, i suoi
occhi si sono tinti di un trucco degno di farla mettere dal WWF sotto la
categoria "specie protetta", e gli abitini luccicosi hanno lasciato il
posto a moonboot di pelo rosa, leggings multicolor e magliette emo.
L'unica cosa che è rimasta, ahimé, è la parlata da camionista
bergamasco. Eccezion fatta per l'accento, tuttavia, l'effetto non era
neanche male.
Vicky prima...
...e dopo
La seconda star è una romana, Marta, che si fa chiamare
BARBIE XANAX, e come da copione è acerrima nemica della Moss.
Sorprendentemente, sembra pure sveglia, non fosse che per arrivare alla
celebrità mediatica si è trasformata in un'icona trash, praticamente un
pokemon: capelli azzurri (con le extensions, ovviamente,zebrate come
Kiki Kannibal), 16 piercing (di cui una decina in faccia) e un bel po'
di tatuaggi, tra cui un morso di vampiro sul collo. Come ogni star che
si rispetti, anche lei come Vicky Moss ha un microbo di cane, usato più
come accessorio da borsetta che come animale da compagnia. Segni
caratteristici: voce stridula che i suoi fan amano definire "dolce",
migliaia di video in cui mostra il suo cane, il suo guardaroba, il suo
portapenne, le sue tende...e qualsiasi altra cosa occupi lo spazio
immediatamente promiscuo alla webcam. Si vanta di esser stata la star
del video "Limonata Punk" dei Freakout... In realtà era una comparsa, ma
a noi va bene anche così.
barbie ormai un po' di tempo fa...
PRINCY LUST, svizzera di Lugano,
recentemente ha fatto il salto di qualità: dagli autoscatti davanti allo
specchio, alle pose da star dell'hard davanti all'obiettivo di amici.
La mano ormai libera dall'adorata fotocamera sottomarca è quindi
dedicata ad altri dilettevoli sollazzi: baci saffici, foto nuda nella
vasca da bagno, e tutto ciò all'ormai veneranda età di 23 anni (ma non
ne aveva 17 l'anno scorso?). Ora girano voci che la "scene queen più
famosa della Svizzera" sia anche un po' pinocchio, tanto da mentire
sulla sua età (ma va?) e sui suoi studi. A quanto pare non avrebbe nè 17
nè 23 anni, bensì 29, e ancora incerto è il suo percorso formativo: a
detta sua, studia all'università, con un percorso parecchio impegnativo
che la vede dare "20 esami a semestre". Gli esperti ancora si
interrogano sul dono dell'ubiquità della ragazza, presente 24 ore su 24
su internet, nonchè sulle sue note capacità di apprendimento per osmosi.
Princy ha pure fatto (a suo modo) una campagna antianoressia,
naturalmente tirando in ballo la sua esperienza. Dichiarando che
lei è arrivata a pesare 29 chili. E a chi ha osato mettere in
discussione le sue buone intenzioni (e soprattutto la sua sincerità
indiscussa), non ha certo risparmiato una dose di umana sensibilità,
distribuendo maturità con perle quali "ripigliati, sei causa dei tuoi
mali" e "stolta sei tu visto che non farai nulla nella tua vita mentre
io sono un'universitaria a pieni voti!" Letto questo, mi è venuta voglia
di trasferirmi in un'università svizzera. Giuro. Princy studia
Teologia, e infatti l'inglese non l'ha imparato. Tant'è che a
troneggiare sul petto nella sua foto profilo c'è la scritta "CENSURED". Brava Princy, però bastava un'occhiata su Google...
Da quando Netlog è stato impietosamente abbandonato dai più dopo
l'avvento del social network rivale, Facebook, le scene queen sono state
presto dimenticate da quelli che non rappresentavano l'enorme folla di
fans al limite dell'ossessivo, ma che semplicemente subivano
quotidianamente le manie di protagonismo delle scene (o aspiranti tali: "Ciao, sono KikiLexotan, mi lasci un commentuzzo alle mie foto?
tipregotipregotiprego!baciiii!"). Ecco, pensavamo di essercene
liberati...ma qualcuno ancora si chiedeva... CHE FINE HANNO FATTO LE SCENE QUEEN?
Le news nella prossima puntata ;)
Ah, dimenticavo! Buone feste a tuttiiii! ;)
17 Settembre 2010
11 Giugno 2010
Dunque è passato quasi un anno dall'ultima volta.
Qualcuno mi ha fatto notare che sono sparita dalla circolazione.
Niente più blog, niente più pubblicazioni sul giornale, e così via. Si, in effetti è vero.
Diciamo pure che ho perso la carica, diciamo anche che il target non sembrava poi così interessato. Alcuni, con il veleno addosso, mi hanno pure consigliato di smettere di proposito, perchè a scrivere farei schifo (consiglio che non prendo in considerazione solo per il fatto che giunge da soggetti che, a quanto ne so, come lettura più impegnata si tengono sopra il comodino il catalogo delle offerte del Prix Market . Me l'avesse detto qualcuno che ritengo degno di considerazione per quanto riguarda la conoscenza della lingua italiana e relativo uso, forse ci avrei fatto un pensiero). Altri eventi mi hanno fatto mollare la presa sulla voglia di scrivere, concentrandomi su altre cose, altre persone, altri ambienti. Non ho di certo più lo sprint della sedicenne che ha iniziato questa rubrica, dal progetto originario di anni ne son passati tre. Comunque sia, mi accorgo di avere la fortuna di uno spazio per poter dire la mia (cosa non del tutto scontata) e tuttavia non utilizzarlo. E di avere anche persone accanto che comunque mi incoraggiano a ritrovare l'ìentuasiasmo. L'importante era rendersene conto.
Prima o poi tornerò a riprendermi tutto questo. (Prima o poi).
31 Luglio 2009
Per chi non conoscesse il caso, ecco alcuni link (cliccate sui titoli): Video AntennaTre Giornale di Vicenza 1 Giornale di Vicenza 2 Corriere del Veneto
Noemi ha già una bella cameretta rosa arredata tutta per sé. Noemi è la primogenita di casa. Noemi è già la mascotte di tutti. Noemi è perfettamente sana e pesa più di 3 kg. Noemi ha aspettato da brava 40 settimane e 5 giorni nel pancione prima di uscire. Noemi ha un visino dolce e simpatico, le orecchie un po' a sventola e un bellissimo naso a patatina. Noemi, ha gli occhi grandi...
Ma Noemi ha gli occhi chiusi. Nessuno sa di che colore siano. Noemi gli occhi forse non li ha mai aperti fuori del pancione. Noemi gli occhi forse li ha aperti, poi le sono stati chiusi. Noemi forse semplicemente non voleva vedere certe cose. Noemi è morta, anche se la mamma era in pronto soccorso da tutta la mattina ed i medici dicevano che era tutto ok. Noemi voleva uscire, ma i medici erano impegnati in altre attività, ed hanno detto alla mamma che non c'era alcuna fretta. Noemi però non voleva più aspettare. NOEMI DOVEVA NASCERE.
Noemi, nonostante sia molto piccola, è già l'incubo per alcuni grandi. Noemi è una neonata molto, ma molto scomoda per i medici... Noemi forse avrebbe scelto da sola di non vivere in un mondo come questo. Ma la scelta non le è stata concessa. Noemi dicono sia morta ancora nel pancione. Noemi, hanno detto che è morta durante un cesareo urgente fuori tempo massimo. Noemi, dicono, è morta per un distacco improvviso della placenta. Noemi, hanno poi detto, è morta strangolata dal cordone ombelicale.
Noemi non ha avuto il tempo per stancarsi di vivere, ma è già stanca di morire. Noemi, forse non è mai nata, ma continua a morire ogni volta che esce una versione diversa. Noemi è stanca di tutte le bugie che si raccontano su di lei. Noemi MERITA VERITA' E GIUSTIZIA.
Noemi non dev'essere morta per niente. Non dev'essere una delle tante. Aiutaci a far sì che Noemi sia stata l'ultima a morire in questo modo.
Noemi
potrebbe essere ogni feto, ogni bambino già formato che muore vittima
di errori o sottovalutazioni mediche. Responsabilità che regolarmente non vengono ammesse, ma liquidate e mascherate con falsità,
approfittando della buona fede e della disperazione dei genitori.
Noemi potrebbe essere solo uno dei tanti casi di malasanità infanticida italiana. I
genitori di Noemi, nonostante la disperazione non hanno perso tempo ed
hanno voluto vederci chiaro, attivando SUBITO un avvocato. La mamma
e il papà di Noemi, purtroppo, sono un'eccezione: la maggior parte dei
genitori nella disperazione si fidano delle versioni dei medici, e
pensano sia inutile attivarsi legalmente, anche per i costi proibitivi
che comporta un'azione del genere. Oppure non sanno a chi rivolgersi e
nel momento in cui hanno un legale, è già troppo tardi. Per questo a
breve sarà attiva una Onlus con il nome di Noemi: si tratterà di una
fondazione senza scopo di lucro che raccoglierà fondi, esperienze e
competenze per far sì che nessun infanticidio possa essere insabbiato,
perchè tutti i genitori possano avere giustizia.
Il nostro
obiettivo sarà quello di informare i neogenitori su come agire di
fronte a certe tragedie, mettendoli subito in contatto con dei legali
esperti. Siamo alla ricerca di fondi, soci, volontari ed avvocati che
sposino questa causa.
Nessun bimbo sano merita di morire: dobbiamo chiedere giustizia per tutti i bambini, non solo per Noemi. Gruppo Facebook (clicca)
05 Luglio 2009
Avete mai pensato di svegliarvi un giorno, prendere le vostre cose e andarvene agli antipodi del mondo lasciando qui tutte le vostre certezze? Beh, c'è qualcuno che l'ha fatto. Alberto Rigoni, roanese classe 1989, è infatti appena tornato dal suo lungo viaggio alla scoperta dell'Australia. L'ho incontrato pochi giorni dopo il suo ritorno, decisamente cambiato da come lo ricordavo: giacca in pelle nera, tracolla, piercing al sopracciglio e l'aria da giovane bohémien.
“Ti sembro un po' più oceanico?” esordisce scherzosamente Alberto appena mi vede, spiegandomi poi di aver fatto la stessa domanda più o meno a tutta la popolazione altopianese e forse anche a qualche centralinista della Vodafone.
Il discorso finisce così da subito sul suo viaggio di 8 mesi. Tra le cose che mi incuriosiscono di più c'è la decisione di partire: premeditata o improvvisata?
“In realtà l'Australia è sempre stato il mio sogno, fin da piccolo. E c'è da dire anche che, per i miei progetti, l'Altopiano mi stava un po' stretto. Così, dopo essermi diplomato a Ragioneria, ho lavorato durante la stagione estiva per potermi permettere almeno parte del viaggio. A settembre, infine, sono partito. Ho pensato “o lo faccio ora, o non partirò mai più”. I miei hanno appoggiato subito la mia scelta, anche se ero da solo. Avevo chiesto a qualcuno di partire con me, ma alla fine nessuno se l'è sentita...”
-Ti è dispiaciuto lasciare gli amici e i progetti che avevi sull'Altopiano?
“Beh, un po' si. Alla partenza però ero troppo entusiasta per rendermene conto. Poi, durante il viaggio, ci sono stati anche momenti di sconforto, ma grazie a Internet riuscivo comunque a tenermi in contatto con la famiglia e gli amici di sempre. Tutti mi avevano sconsigliato di portare il pc, ma una volta in Australia mi sono reso conto che era veramente indispensabile, quindi me lo sono comprato lì! Riuscivo così non solo a sentire la gente dell'Altopiano, ma anche ad organizzarmi il viaggio e a tenere aggiornato il mio blog, dove sono raccolte tutte le mie avventure australiane...”
-Com'è stato partire da solo?
“Prima di tutto devo precisare che ero da solo in tutti i sensi: a differenza delle altre compagnie che ho incontrato lì, io non avevo nessuna associazione o agenzia che si occupasse della burocrazia, nessun tutor, niente. Una volta arrivato, quindi, me la sono dovuta cavare da me per tutto ciò che riguardava soggiorno e lavoro. Per cui ho fatto il Working Holiday Visa, un visto lavoro-vacanza di durata annuale, ma estendibile fino a due anni.”
-Quali sono state le prime impressioni, una volta arrivato?
“Devo dire che ho trovato tutto diversissimo da come me l'immaginavo. Per un periodo sono stato dai miei zii a Melbourne e la città è rimasta una delle mie preferite in assoluto. Dopo qualche settimana, però, è iniziato il vero e proprio viaggio: come da manuale, avevo preparato un itinerario ben preciso...che alla fine non ho assolutamente rispettato! Vivevo alla giornata e programmavo giorno per giorno le mie tappe. Ho viaggiato pochissimo in aereo, principalmente mi spostavo con autobus o treno, con l'indispensabile in uno zaino; se il luogo in cui arrivavo mi piaceva, allora decidevo di fermarmi un po' e cercavo lavoro per poter continuare la mia esperienza. In ogni caso, con l'itinerario improvvisato ho dovuto tener conto anche di qualche inconveniente...”
-Ad esempio?
“Ho dovuto rinunciare a visitare il Nord perchè c'era un allagamento. E inoltre un tornado di grande portata e alcuni incendi minacciavano la zona. Pensa che una volta l'autobus ci ha lasciato tutti in mezzo alla strada proprio per il pericolo uragano...Ma anche i vari incontri ravvicinati con i serpenti sono stati un fuori-programma. Senza contare, dal punto di vista economico, che anche in Australia la crisi è pazzesca. Questo è proprio un brutto momento per partire, se ci si vuole fermare per un soggiorno che non sia esclusivamente vacanziero. Trovare lavoro è difficilissimo attualmente.”
-E ci sono esperienze che ti sono rimaste nel cuore?
“Sicuramente dormire sotto le stelle sotto all'Ayers Rock, o fare il bagno nelle cascate. E poi i posti più belli, come la West Coast e Melbourne. Anche se quel che ho imparato è che non è importante dove sei, l'importante è con chi sei. Anzi, devo dire che da questo punto di vista sono stato fortunato; è vero, sono partito da solo, ma durante il viaggio ho incontrato moltissima gente nuova, da tutto il mondo: mi sono trovato benissimo con gli inglesi e con gli olandesi, mentre con i tedeschi e i francesi c'è stato un po' meno feeling. Ah, e non dimentichiamo gli italiani in viaggio come me: sono già andato a trovarli a casa loro, vicino al lago di Garda!”
-Sicuramente hai imparato molto dal tuo viaggio...
“La mia esperienza mi ha insegnato moltissime cose. Prima di tutto, a conoscere me stesso, le mie abilità e i miei limiti. Dal lato pratico, mi sono buttato con l'inglese, lingua che già a scuola studiavo volentieri, e devo dire che in Australia miglioravo di giorno in giorno. Per il resto, con un'esperienza del genere si impara ad apprezzare e a valorizzare tutte le piccole cose, quelle che nella vita di ogni giorno magari tendiamo a non notare.”
-Consiglieresti la tua esperienza ai tuoi coetanei?
“Certo, e non solo a loro, anche se spesso è molto più facile stare a casa e rimandare a un futuro indeterminato questo genere di progetti. Ci vuole molto spirito di avventura e di adattamento, quindi forse non lo consiglierei proprio a tutti.”
-A proposito di coetanei...come hai trovato i teenagers d'oltreoceano?
“Per ciò che riguarda la moda, l'Australia è almeno un anno più indietro rispetto all'Europa. I giovani australiani sono esattamente come noi, con la sola eccezione che badano molto meno all'essere “rinomati” e si vestono decisamente più casual. Anche lì c'è qualche caso alternativo, ma niente di così notevole...Ah, anche se non c'entra: detto tra noi, in Australia si mangia malissimo! ;-)”
-Adesso che progetti hai per il futuro?
Ora come ora devo trovarmi un lavoro. Ho moltissimi sogni, ma la mia aspirazione più grande continua ad essere la recitazione, che coltivo da parecchi anni. Un progetto sicuro, però, è che in un futuro non troppo lontano ritornerò in Australia!
-Ed ora...messaggio finale!
“Come prima cosa ringrazio tutti quelli che mi hanno sostenuto, da vicino e da lontano: la mia compaesana Valentina Rebeschini, viaggiatrice che mi ha dato moltissime dritte prima di partire, e naturalmente i miei amici e tutti quelli che credono in me. Devo ringraziare i miei zii, Danilo con Milena e Aldo con Angelina, e poi le mie cugine Elaine, Marzia, Oriana e mia cugina Anna per il supporto e i consigli nelle migliaia di mail che ci siamo scambiati nel corso dei miei otto mesi in Australia. Poi, invito tutti quelli che sono interessati al mio viaggio oltreoceano a visitare il blog http://albertorigoni.blogspot.com ,dove ho raccolto le avventure e le foto più bizzarre...Infine, volevo ricordare che anche se sono ritornato continuerò ad aggiornarlo...perchè ogni giorno è speciale e va raccontato!”

-Iceskater-
28 Maggio 2009
Ciao a tutti! Per motivi che non dipendono da me la pubblicazione dell' edizione AltopianoYoung di maggio è stata spostata di due numeri, quindi l'intervista che doveva uscire il 16 maggio la potrete trovare in edicola solo dal 12 giugno...Ci si vede per quella data!
Iceskater
07 Maggio 2009
Parigi, Praga, Barcellona, Londra...qualsiasi sia la meta, la gita scolastica è sempre il momento più atteso nella vita di uno studente. Dalle elementari in poi, e a seguire in modo sempre più convinto, già a partire da settembre l'interesse dello studente medio è soltanto quello di contare i giorni che mancano alle vacanze e a quello che si prospetta sempre come tale, il viaggio d'istruzione.
E quando si tratta dell'ultimo anno, come viene vissuta la classica "ultima chance"? Il più delle volte, gli studenti si affidano al precetto oraziano del "carpe diem", decidendo di trasformare il viaggio d'istruzione in un vero e proprio "viaggio Distruzione". Distruzione fisica, mentale, qualche volta anche psicologica, a seconda dei casi! La "commutatio loci", ovvero il cambiamento di luogo tanto contestato
da Seneca, può avere invece effetti molto benefici: fuori dal proprio
ambiente non si pensa affatto all'esame della patente, ai
duemilasettecento compiti scritti del ritorno, alla tesina da preparare...quasi quasi,
neanche il sabato sera manca più. In effetti, la mente è rivolta ad un
solo scopo: rendere l'ultima gita indimenticabile! E così, da qualche altra parte ci si trasforma: il secchione diventa
l'anima della festa, gli assenteisti di sempre non mancano da nessuna
parte, i timidi se ne vanno in giro improvvisamente vestiti e
atteggiati da rockstar...Ma è bene distinguere le fasi di questo
momento magico nella vita di uno studente, visto che rappresenta un
punto fondamentale del processo evolutivo...come ama ripetere la mia
prof di francese "La gita dell'ultimo anno mi ha cambiato la vita!" (da
aspirante avvocato, la gita a Parigi le ha fatto scegliere la strada
della letteratura francese, ndr) :-)
FASE 1: PREPARAZIONE. L'ora x si sta finalmente per avvicinare: pronti, bagagli e via? No, decisamente il processo è molto più elaborato... ;) Bisogna
sapere che un evento quale la gita comporta non solo un viaggio fisico,
ma soprattutto i mille mentali che lo precedono, riguardo tutti gli
aspetti di questo magico momento: gli incontri con gli elementi delle
altre classi, le pseudo love-story, lo shopping selvaggio negli stores
più giganti (per le ragazze), i pub con le cameriere più meravigliose
che si possano immaginare (per gli ometti)...insomma, ci si stressa
anche solo a prepararsi psicologicamente per un viaggio d'istruzione. La
preparazione dei bagagli, che per alcuni richiede giorni e per altri
non più di una mezz'ora, per i ragazzi si può limitare anche solo alla
scelta di un paio di jeans e della solita felpa che non cambieranno per
una settimana (dettaglio scientificamente provato nell'esperienza "Parigi 2009"), mentre le ragazze metteranno nella valigia (o nelle
valigie) più o meno tutto il loro repertorio
primavera-estate-autunno-inverno, compresi abiti di gala e scarpe con
tacco 12. E la piastra in borsa, che in valigia non ci sta. Un
dettaglio da non trascurare nella preparazione è il cibo: rappresenta
la salvezza in caso di emergenza! E come saprete bene, l'emergenza c'è
sempre quando si viaggia con la scuola. (Mr Riki, guru della
sopravvivenza alimentare, insegna: "salumi Beretta e 7 tipi di
affettati in vaschetta"...che fa anche rima, e lo fanno ricordare con
riconoscenza dai suoi ex compagni di superiori...)
FASE 2: LA PARTENZA. Ebbene
si, l'ora di partire è giunta. C'è la famiglia da salutare fingendo
nostalgia immensa, oppure fidanzati/e varie a cui promettere eterna
fedeltà (o se non altro, fedeltà almeno fino al ritorno). Fatti questi
rituali sociali, si è finalmente liberi di andare! Che si viaggi in
treno o in autobus, l'importante è far passare il tempo in fretta. C'è
chi dorme, chi ascolta musica, ma anche chi fa giochi di società come
quello di formare a turno parole con l'ultima sillaba del termine
precedente. Ad esempio, giTA-TAranto. Ma le menti annebbiate fanno
commettere errori... "DELFINO!" "Ehm...è giusto se dico PINGUINO?" "Si,
come no...BACINO!". Se si tratta di viaggi in treno notturno, poi,
la dormiveglia merita un attenzione particolare: anche se i posti in
cuccetta sono sei, il più delle volte non sono rispettati e ci si trova
a dormire in 10. All'arrivo, che per la precisione non arriva MAI visto
che per tutta la notte si resta immobili ad occhi aperti, si avrà l'aspetto squadrettato a metà tra Spongebob e un pezzo del Tetris (dato
dalla lunga permanenza ad incastro nei letti della cuccetta).
(Lapo in uno dei suoi momenti di orazione) (La Rebe alle prese con la valigia) FASE 3: LA SISTEMAZIONE. All'arrivo,
tutti sono semplicemente devastati. Tra sonno, dolori articolari e
smorfie, per la quali lo spot del Voltaren pagherebbe oro, nessuno ha
la forza fisica e mentale di trasportare i bagagli, soprattutto le
ragazze con le loro valigie a grandezza uomo. Da lì, i maschi del
gruppo partono all'attacco con le galanterie e si offrono di fare
cambio: dolce sollievo per le fanciulle, che in qualche caso si trovano
a trasportare il nulla (sempre grazie all'attidudine maschile di non
cambiarsi mai..."perchè altrimenti i miei amici non mi riconoscono
più!"). Durante la sistemazione in albergo, la scelta delle camere e
dei compagni di stanza è FONDAMENTALE. Bisogna stare attenti, studiare
bene i programmi di ogni piccolo
gruppetto e tentare di infilarsi in quello più festaiolo, o almeno
trovare una stanza il più vicina possibile a loro.
Molto efficaci, ma solo per gli estroversi, sono anche gli autoinviti
spontanei..."Ehi, stasera posso venire alla tua festa? Porto da bere,
eh!". Vi assicuro che, con queste prospettive, chiunque gradirà la
vostra presenza.
Però, non pensiate che la gita sia un pretesto per ubriacarsi e
tornare tardi alla sera! Anzi...i professori vigilano sempre. Non si sa
come, ma li ritrovi davanti ad ogni momento della giornata. Sono così
premurosi che non si risparmiano nemmeno di venire a darti il
buongiorno personalmente alle 7 del mattino (ovvero dopo 3 ore
effettive di sonno, perchè se non si fa festa fuori, la si fa
tranquillamente in camera), con una
scarica di colpi alla porta che ti fa alzare in piedi solo per il
desiderio di picchiare a sangue chiunque abbia osato strapparti dalle
braccia di Johnny Depp. E quando in pigiama, con gli occhi
annebbiati e la voce da yeti, apri la porta per trovarti davanti la prof
di tedesco che ha anche il coraggio di dirti "Ah, finalmente!Era un quarto d'ora che bussavo", capisci
che la giornata davvero non poteva iniziare nel peggiore dei modi. In
ogni caso, in zona colazione, si avrà modo di constatare che la tua
situazione è rosea rispetto ad altri meno fortunati: metà gente è stata
vittima dell'omino del vomito durante la notte. "Ragazzi, l'avevo detto
io che sarebbe finita come in Final Destination...CHI SARÀ IL
PROSSIMO?!"
(Un'immagine di Final Destination 3 :)..)
FASE 4: COMINCIA L'AVVENTURA! Iniziano le visite
ai luoghi stabiliti dal programma: monumenti storici, cattedrali,
musei...ma per gli studenti, i luoghi da visitare sono altri. Hard Rock
Café, Starbucks, Pimkie, H&M, centri commerciali, i vari Irish Pubs della zona...ogni secondo libero è un'occasione per sfuggire
all'itinerario tradizionale e lanciarsi nella vera e propria vita. Durante
il giorno ci si diletta con le foto assurde, gli incontri più
improbabili, il relax in qualche parco e il gossip sugli altri
partecipanti alla gita. Si fa amicizia con gli altri gruppetti e si
riesce addirittura a scherzare con i prof, su cui la "commutatio loci"
non ha risparmiato gli effetti di trasformazione: sono così diversi dal
loro atteggiamento abituale che fanno nascere il sospetto che si tratti
magari di qualche sosia. In ogni caso, non ci si interessa più di tanto
di verificarlo: ci va benissimo così! Naturalmente poi ci sono anche le serate: non importa se i prof vietano l'uscita, la festina si fa tranquillamente in albergo! Occhio
a non esagerare, però: ok che siamo tutti maggiorenni, ma ne va della
vostra dignità, a meno che la vostra più grande aspirazione non sia
essere ultrafamoso su YouTube...Se invece il vostro sogno è proprio
questo, allora assicuratevi che i vostri compagni di stanza abbiano un
telefonino con cavo usb e tanta voglia di scherzare, giusto per trovarvi, una volta ubriachi e addormentati, ripresi con un pacchetto
di Lucky Strike infilato tra l'alluce e il secondo dito del piede, un
caricabatterie nelle mutande, le ciabatte appese alle mani e il
dentifricio sparso su tutta la faccia. Fatti e persone puramente
casuali, come sempre ;)
(Traduttore simultaneo di Google? Il messaggio originale in francese era "Si prega di togliere il cappello"...)
FASE 5: VERSO LA FINE. L'ultimo
giorno, le ultime foto, gli ultimi video documentativi. Ci si sente un
po' tristi, anche se a casa c'è gente che ti aspetta. L'ultimo anno di
superiori è così, va vissuto fino in fondo. E allora ci si fa prendere
dall'entusiasmo, dal "ma si, facciamo un po' quel che vogliamo,
dopotutto è l'ultima volta". Da noi questo è significato sedersi sul
ciglio della terrazza panoramica delle Galeries La Fayette, al settimo
piano, e mettersi lì a guardare il mondo dall'alto per un'eternità.
Oppure cantare gli Oasis a Place de l'Opéra, davanti a tutti, con tanto
di chitarra al seguito e cappello per terra, come gli artisti di
strada. O scappare dal Louvre, già visitato, per andare in cerca
dell'ennesimo studio di Body Art...magari siamo stati un po'
superficiali, certo, ma dopotutto sono le esperienze e gli incontri che
fanno ricordare una gita, più che i luoghi storici visitati...e ora si
ritorna alla realtà: riprepariamo i bagagli!
(Tutti insieme, yeah!) (Max fotografo e fotografato) FASE 6: IL RITORNO. Si ritorna in stazione, o si risale sull'autobus: insomma, si torna a casa. Le
eventuali illusioni di love-story crollano (oppure si rafforzano nella
speranza che il viaggio sia galeotto), mentre coloro che avevano
giurato eterna fedeltà ala fidanzata alla partenza ripongono nel
cassetto della memoria la bionda incontrata all'Irish Pub la sera
prima, preparandosi più volte davanti allo specchio a un eventuale
confronto: "Allora, com'era la gita?" "Guarda...una vera noia!" E
per chi viaggia in cuccetta? Non si farà certo fregare di nuovo! Al
ritorno, la solidarietà e lo spirito di compagnia si mettono da una
parte: dobbiamo dormire, e senza reumatismi al risveglio! Finalmente,
si è in sei per cuccetta e ognuno ha un letto. Si, almeno questo in
teoria. L'omino del vomito ha fatto il suo glorioso ritorno, colpendo
una nostra compagna di cuccetta che si è messa proprio nel letto più
alto. Naturalmente si dorme più o meno un'ora in tutta la notte, quella
che si trascorre nel letto e non nel corridoio, per preservarsi da un
eventuale contagio. Ma per chi crede che la gita sia finita, si
sbaglia di grosso! Alla mattina, un'alternativa sveglia ci fa alzare
dai letti... "Aiuuuuto, mi hanno rubato il cellullareeeeeee!" E a
quanto pare, la nostra cuccetta è stata una delle poche ad essere stata
salvata dalle invasioni dei ladri da treno. Infatti, in uno dei suoi
numerosi attacchi notturni, la nostra amica dallo stomaco debole era
scesa per andare in bagno, e nel ritorno si era premurata di chiudere
bene a chiave la porta scorrevole...dettaglio così scontato che quasi
tutti l'avevano dimenticato!
Finito l'effettivo viaggio
d'istruzione, non si esauriscono i rapporti creati in quella settimana:
il giorno dopo sono già tutti amici anche su Facebook (lo dicono sempre
che siamo, purtroppo o per fortuna, la generazione di Internet), si
condividono le foto e si organizza la rimpatriata per ricordare i
momenti passati insieme... Concludendo, non so se una gita, e in
particolare quella dell'ultimo anno, possa davvero cambiare la vita, ma
di certo crea nuove amicizie e rimane nel cuore tra le esperienze che
non si dimenticheranno mai...anche grazie ai numerosi furti e ai virus
intestinali! :-)
28 Aprile 2009
A breve saranno online le foto della gita "Paris 2009"...Ritardo dovuto ai plurimi doveri scolastici, sorry :)
-Iceskater-
11 Marzo 2009
Li avevamo lasciati con le piume nere
in testa, l'abbigliamento ultra-dark e i corvi svolazzanti (in
alternativa farfalle sempre nere) nei videoclip : ora, dopo un
periodo di silenzio abbastanza lungo in cui ce n'eravamo quasi
dimenticati, i finlandesi The Rasmus sono tornati con l'ottavo album
della loro carriera, una famiglia per ciascuno e, almeno per cantante
e batterista, capelli biondo ossigenati che fanno molto “ritorno
alle origini”.
Una caratteristica che ha permesso ai
quattro componenti di continuare a collezionare fan in tutto il mondo
è la loro capacità di rinnovarsi continuamente: dai
primi esperimenti acustici di “Peep”, uscito quando Lauri, Pauli,
Aki ed Eero non erano che ragazzini sedicenni, i The Rasmus ne hanno
fatta di strada...Infatti, dopo “Playboys”, “Hellofatester”,
“Hellofacollection”, “Into”, “Dead Letters”, “Hide From
The Sun” e parecchie b-sides, i The Rasmus hanno finalmente
rilasciato lo scorso ottobre il loro attesissimo ultimo lavoro.
L'album, nato dalla collaborazione con
il produttore/compositore Desmond Child, porta il titolo di “Black
Roses”, le stesse rose nere che sono il simbolo di un amore malato
e che sembrano fare da sfondo a tutte le tracce del cd. Il sound è
meno cupo del precedente “Hide From The Sun”, ma l'impronta del
gruppo si sente fin dal primo singolo, che già dal titolo è
tutto un programma: “Living In A World Without You”.
I testi ripercorrono come lettere
aperte la storia di una relazione finita male, passando per
sentimenti contrastanti: l'ossessione, la rabbia, il desiderio di
distacco, la delusione, la vendetta, i sensi di colpa...tutto questo
in 11 tracce, che si concludono con la splendida ballata “Live
Forever”, in cui il protagonista dell'album, rievocando momenti
felici della sua storia, sembra tuttavia arrivare alla fine del
processo disperato di distacco da quel sentimento che l'ha reso
prigioniero: l'aver amato troppo qualcuno che l'ha solo usato.
 In qualità di antica fan del
gruppo (si era capito?) e di fondatrice del club “Finns Do It
Better”, come potevo mancare al loro ritorno in Italia, evento
atteso durante gli ultimi 3 anni?
Ecco, appunto, proprio non potevo.
Dovere morale!
E così, dopo la data del 31
gennaio 2004 e quella del 9 novembre 2005, eccomi partire con il mio
socio Giò alla volta del terzo concerto dei The Rasmus, a
Milano.
Dopo esserci organizzati come sempre
all'ultimo secondo per treno, bed&breakfast, biglietti e
sottigliezze varie, la mattina del 7 febbraio siamo finalmente pronti
per partire alla volta di un sabato sera indimenticabile,
naturalmente perseguitati dalle preoccupazioni materne del tipo “Oh,
ma davvero? Sei sicura? Non è che perderai la voce per due
mesi come l'altra volta?” che comunque si rivelano fondatissime.
Il viaggio comincia già bene,
con le mie paranoie solite che, alla soglia di Desenzano del Garda,
mi fanno obbligare Giò a chiedere a un inserviente se stiamo
davvero andando verso Milano. Chiaramente l'altro risponde di si e ci
guarda strano, anzi, guarda strano Giò, quindi io sto
tranquilla e sparo un “te l'avevo detto io!”, rimettendo con
noncuranza l'auricolare dell'mp3 nell'orecchio per ripassare le
canzoni dei vari album. Arrivati a Milano, ci mettiamo subito a
cercare il bed&breakfast, io sbaglio strada e trascino il mio
accompagnatore più o meno dall'altra parte della città,
ma alla fine ci arriviamo. La prima cosa è prepararsi bene per
il concerto: dopo un quarto d'ora, entrambi indossiamo felpe che
riportano il nome del gruppo. In aggiunta io ci metto anche una rosa
nera finta tra i capelli, come richiamo a “Black Roses”, tinta il
giorno prima con il colorante indelebile da officina. Cosa che più
tardi non si è rivelata poi così conveniente...
Naturalmente il tempo è
meraviglioso, piove che Dio la manda e noi facciamo in tempo a
inzupparci per bene prima di raggiungere a piedi il vicino Alcatraz,
sede del live. Sono solo le 5 e mezza del pomeriggio, eppure la fila
è già lunghissima: alla faccia di tutti quelli che sul
forum scrivevano “ah, arriverò minimo alle 20...” Insomma,
fidarsi è bene, non fidarsi è meglio, soprattutto
quando ci va di mezzo la prima fila in un concerto.

In ogni caso, io e Giò
cominciamo subito a fare amicizia, non tanto con i nostri coetanei,
ma con le madri delle ragazze più giovani, che ci prendono in
simpatia forse perchè sembriamo la classica versione “il
gigante e la bambina”, o più semplicemente perchè
siamo così presi male che facciamo tenerezza.
L'attesa si rivela meno insopportabile
del previsto, anche se stavolta non c'è nessuna tv finlandese
a intervistarci come nel 2005 e si vedono molte più presenze
maschili. Tuttavia, il sorrisone sulla mia faccia sparisce non appena
Giò mi indica un gruppetto di ragazze in fondo alla fila,
bardate di ali finte, scettro e coroncina d'argento...praticamente la
mia divisa da Winx usata solo una settimana prima per il
diciottesimo! “Eh, mi sa che era meglio non mettere foto del tuo
compleanno sul Fan Forum, sai?” mi annuncia Giò, mentre io
sono indecisa se strappare ali, corona e capelli alle fantasiose
compagne di fila oppure restare al mio posto. Alla fine vengo
distratta dall'apertura dei cancelli, loro si salvano dalla mia furia
di Winx assassina e alle 7 e venti siamo tutti accalcati per entrare,
io con un gomito sconosciuto dritto dritto nello sterno e Giò
con duemila mani aggrappate alla giacca. “Fate passare, Croce
Rossa!” ci mettiamo a gridare. “Eh, no, l'abbiamo già
usata noi questa” ci avvisano delle altre fan davanti. Va bene,
tentar non nuoce...
Insomma, alla fine dentro all'Alcatraz
riusciamo ad arrivare, ci mettiamo sotto il palco arrivando in sesta
fila e aspettiamo il gruppo di supporto, il cui live è
previsto solo un'ora più tardi. Anche lì trovo altre
amiche, di cui riconosco i volti dallo scorso concerto: qualcuna nota
il cartellino del Fan Forum che mi porto addosso e mi annuncia di far
parte della stessa community, quindi in breve tempo ci ritroviamo
tutte complici nel progetto di spodestare il tipo da due metri e 75
che sta giusto giusto davanti a noi piccole donne. Durante l'attesa,
qualcuna dala prima fila si sposta, lamentandosi della gente che
spinge troppo. Ogni occasione è buona per guadagnare qualche
centimetro più vicino al palco, e noi le sfruttiamo tutte,
inizialmente con scarsi risultati.
Poi, finalmente, il gruppo di supporto
sale sul palco: si tratta dei No Conventional Sound, gruppo
alternative rock torinese.
Alla fine della loro performance,
l'adrenalina comincia a salire...fino a quando, dal palco buio, non
cominciano a diffondersi le prime note di “Living In a World
Without You” accompagnate dal fumo e da bagliori blu...e infine
dall'entrata dei nostri quattro finlandesi!

L'emozione è fortissima, tutti
iniziano a gridare, qualcuno piange (ehm...si, ok, li ho aspettati
tanto, va bene?!) ma si riprende subito e comincia a cantare ogni
singola parola...
Io e Giò riusciamo a conquistare
la quarta fila: quanto al gruppo, è più carico che mai,
interagisce con il pubblico e fa di quel live il più bello di
sempre.
In un'ora e mezza i The Rasmus
ripercorrono i loro successi più grandi, tra cui “In The
Shadows”, “In My Life”, “Not Like The Other Girls” e “F-F-F-Falling”, misti alle tracce dell'ultimo album come
“Justify”, “Your Forgiveness” e “Ghost Of Love”. I fan
impazziscono quando arriva il momento di far salire qualcuno a
cantare una delle loro prime canzoni in finlandese, “Rakkauslaulu”:
io mi sbraccio e urlo come una forsennata per essere notata, ma lo
sguardo di Lauri non va oltre la prima fila, anche perchè
dovrebbe avere le braccia allungabili come l'ispettore Gadget per
poter tirar su qualcuno da più dietro. Così fa salire
la prima ragazza, che però non ha intenzione di cantare e
prende il microfono solo per annunciare di aver perso il suo I-Phone.
Il bassista Eero coglie la palla al balzo e inventa sul momento la
“I-Phone Song”. Anche la seconda ragazza chiamata sul palco non
soddisfa la richiesta della canzone finlandese, quindi arriva il
turno della fortunatissima Laura, che finalmente duetta con il suo
omonimo mentre noi fan più fedeli, da sotto il palco, cantiamo
a nostra volta la canzoncina sconosciuta a tanti altri.
  
Dopo il “fan moment”, il live
prosegue verso la fine, con “Sail Away”, come saluto al pubblico.
I ragazzi poi se ne vanno, noi da sotto cominciamo a gridare un
sempre più potente “ONE MORE SONG!” e loro ci
accontentano, riapparendo per esibirsi in “Guilty”.
Questa volta, quando i The Rasmus
salutano e ringraziano con un inchino collettivo, sappiamo che il
concerto è davvero terminato e comincia la depressione
postuma. Qualcuno piange ancora (“Ma come, già finito?”),
altri si radunano sotto il palco per corrompere i tecnici e riuscire
a strappare qualche plettro o bottiglietta lasciati on stage, io e
Giò ci fiondiamo a prendere qualche ricordino al banco della
merchandise. All'uscita, incontriamo di nuovo le nostre vicine di
fila e ci scambiamo i numeri, promettendo di tenerci in contatto.
 
Ma
la serata non è ancora finita: nonostante la musica
dell'Alcatraz, che prima di tutto è una discoteca rock, mi
trattenga nel locale per qualche minuto, indecisa se ballare all
night long o dedicarmi ancora ai miei finlandesi preferiti, alla fine
opto per la seconda scelta e trascino letteralmente Giò
davanti all'uscita secondaria, dove Eero sta già dando la
classica lezione di yoga post-concerto ai fan. In seguito, il
bassista si ritira nel privé con i suoi compagni e noi
restiamo ad aspettare la loro ultima uscita. Dopo due ore e mezza
restiamo solo in una decina, al freddo, assetati e in piedi da quasi
10 consecutive. Ma per i The Rasmus, questo e altro... Nel frattempo,
facciamo amicizia con una coppia di Roma, veniamo assaliti da un
venditore di rose che non si scolla più e alla fine ci frega
con uno scatto Polaroid di gruppo che mi costa ben 6 euro, ma alle 2
e un quarto del mattino, finalmente, la nostra attesa ha una leggera
ricompensa. Lauri ci sfugge tutto incappucciato nel tourbus da
un'uscita sconosciuta, lasciandoci accalcate davanti al batterista
Aki. Il cantante si affaccia fuori per fare un paio di autografi, ma
viene costretto a rientrare da uno dei collaboratori e la maggior
parte di noi resta un po' delusa, anche perchè il chitarrista
Pauli proprio non si fa vedere. Qualche minuto dopo, i The
Rasmus partono dall'Alcatraz sotto i nostri occhi, praticamente
chiusi per il sonno, mentre un gruppetto di fan finlandesi trascina
fuori una ragazza che ha avuto un calo di zuccheri e sembra più di là
che di qua, come si suol dire.

E per noi, i postumi della serata? Beh, adrenalina in
eccesso per la settimana seguente, voce inesistente e una stupenda
macchia violacea ancora leggermente visibile sui capelli, grazie alla
rosa nera che ha perso colore...ma come ho già detto...per i
The Rasmus, si fa questo ed altro!
P.S.: Gli altri scatti della serata li trovate nella Gallery!
13 Gennaio 2009
Ciao gente! Anche se le feste sono appena passate, noi siamo tutti più buoni (ssssseeeeeee!!!), quindi mi faccio viva anche per questo numero con un “regalone”: l'intervista alla band dei Lost! Bene, a questo punto qualcuno dirà che a Babbo Natale aveva chiesto ben altro, ma non importa: volete vedere che tra di voi non c'è stato nessuno che ha canticchiato almeno una volta “Tra Pioggia e Nuvole” o “Standby”? I metallari altopianesi risponderanno naturalmente di no, ma se non altro sono sicura di avere l'appoggio di qualche ragazza dai gusti più soft...:) E per chi invece si sta chiedendo “Ma chi xèi 'sti Lost? Quei del telefilm?” sono pronta a chiarirvi un po' le idee...

Walter, Roberto, Giulio, Luca e Filippo: in un solo nome, la band dei Lost, appunto. Almeno, questa era la formazione fino a qualche settimana fa: il chitarrista Giulio ha infatti deciso di lasciare la band per dedicarsi agli studi universitari, nonostante il successo ottenuto negli ultimi tempi. Nominati “Band Rivelazione dell'anno” e in testa alle classifiche dei dvd più venduti con “Lost Live@MTV”, i cinque ragazzi vicentini si sono fatti conoscere con il singolo “Oggi” per poi proporre un successo dopo l'altro, fino all'ultimo estratto, “Nel Silenzio”. Attualmente i Lost sono impegnati nella registrazione del nuovo album e in una serie di eventi che prevedono tappe in tutta Italia, compresi live nelle scuole, e a cui i fan possono assistere aderendo al Fan Tourbus.
Giovedì 11 dicembre, in occasione della serata per l'assegnazione delle borse di studio organizzata dalla Banca San Giorgio, il gruppo vicentino si è esibito sul palco del Maxlive di Costabissara, suonando alcuni dei brani estratti dal loro primo album “XD”. E chi non poteva mancare alla performance, pur conoscendo i Lost solo di nomina? Ricordate: dove c'è un live, ci sono sempre anch'io!
Bene, io e la mia amica Carlotta (trascinata via di forza dal libro di filosofia) arriviamo al Maxlive verso le 6 della sera: l'esibizione è prevista quasi quattro ore più tardi, quindi ci mettiamo comode fuori dal camerino a osservare le baby fans che con abbigliamento di dubbio gusto si stanno già accalcando fuori ad aspettare l'arrivo dei Lost...e invece, il loro arrivo ce lo becchiamo noi alle spalle, visto che entrano dall'uscita di sicurezza: guida la sfilata il cantante Walter, trascinando un trolley dietro di sé, con il cappuccio della felpa in testa, da vera star del pop-rock; ci lancia uno sguardo veloce per poi sparire nel camerino esattamente di fronte al nostro. L'unico che ci saluta passando è Filippo, detto Spez, il batterista, mentre a chiudere la fila dietro di lui è il manager Matteo Franzan. Con quest'ultimo mi accordo per l'intervista ai ragazzi, che viene fissata dopo l'esibizione.
Alle 21.45 il palco viene lasciato al gruppo: non è ancora ufficiale l'uscita del chitarrista Giulio dalla band, ma la sedia accanto a Walter è vuota. Tra le ipotesi della serie “avrà l'intestinale/gli avranno rubato la chitarra/arriverà a sorpresa dall'alto suonando Jingle Bells”, corrono anche le voci in anteprima sulla sua scelta inedita, nelle poltroncine giusto dietro di noi.

Alla fine della performance, ci mettiamo circa mezz'ora per raggiungere i Lost, sommersi dalle fans armate di macchinetta fotografica. Una si ferma sotto il palco, prende la bottiglietta di acqua abbandonata da Walter e mentre la stringe tra le mani si mette a piangere. Ehm... :-O Mentre io e la mia amica aspettiamo in fila, decidendo che la nostra età per quella sera è ferma ai 13 anni giusto per uniformarci alla giovane folla, sentiamo una ragazza affermare contenta “Oddio...quando ho fatto la foto con Walter mi è venuta la TÀCACARDIA!” Prima che arrivi il nostro turno, due ragazze dall'occhio di falco che hanno scorto il gesto d'intesa tra me e il manager e hanno sentito qualche frase tra me e la “socia”, mi si avvicinano timidamente: “Ehi senti...non è che potremmo entrare con te? Tipregotipregotipregotiprego! Fai finta che siamo tue cugine, o tue sorelle...” E così, quando arriva il mio turno, in realtà nel camerino dei Lost entriamo in 4. Filippo e Luca vengono “rapiti” dal manager per qualche impegno urgente sul palco, quindi a parlare del gruppo restano Walter e Roberto, rispettivamente voce e chitarra. La prima impressione è positiva, i Lost sono ragazzi poco più grandi di noi e quindi la conversazione è priva di qualsiasi formalità. Appena ci sediamo, Roberto anticipa, quasi recitando a memoria:“Allora, il nome Lost deriva da un adesivo che alle origini della formazione era incollato dietro alla mia chitarra...” I:Si si, tranquillo, di questo ci avevano già informate le ultrafans qui fuori...alle quali, tra l'altro, avete fatto venire la TACÀCARDIA, lo sapete? R:“Oddio, che è?” W:“Una nuova malattia...per cui non hanno ancora scoperto la cura!” I:Ok dai, facciamo i seri...Lost, Band Rivelazione dell'anno e numero uno per la vendita del dvd live: il successo che avete ottenuto vi ha cambiati? W: “Sicuramente ci ha fatto maturare molto, abbiamo condiviso il palco con artisti del calibro di Tokio Hotel, Simple Plan, ma anche Gianna Nannini e Vanilla Sky. Abbiamo legato amicizie con alcuni di loro, soprattutto con i veronesi Sonohra, e fatto nuove esperienze che ci hanno fatti crescere. Fondamentalmente, però, siamo rimasti noi stessi. Insomma...non siamo gente che se la tira!” :-) I:Avete fatto tournée in tutta Italia e girato videoclip all'estero: c'è una città che vi è rimasta nel cuore? R: “Tutte le città italiane. Tra quelle straniere, invece, Los Angeles e Amsterdam, dove abbiamo girato rispettivamente i videoclip di “Standby” e “Tra pioggia e nuvole”. Sono luoghi che ci hanno molto emozionati.” I: In un'altra canzone dell'album intitolata “Troppe Volte”, la frase “Non chiedermi di scegliere, ti farebbe star male sapere che non voglio più gettar via tutti i miei sogni” fa riflettere: qualcuno ha mai tentato di ostacolare la vostra strada verso il successo? Roberto e Walter si scambiano uno sguardo d'intesa, poi il cantante prende la parola: W:“In questo caso la canzone è dedicata a una ragazza, ma più volte è successo che altre persone volessero portarmi verso scelte che non condividevo, magari spingermi verso una carriera più “tradizionale” ma che comunque non sentivo mia. Alla fine, in ogni caso, ho deciso di non dare ascolto ai pareri altrui e di seguire la mia strada.” I:Vi siete fatti conoscere con la vostra musica tramite MySpace, avete intitolato il vostro album “XD” come tributo a Internet e tuttora mantenete i contatti con i fan sul web. Una domanda sorge spontanea: ci siete davvero voi dietro i vari blog che portano il vostro nome? W: “Si, ci siamo noi. Stiamo molto spesso online, grazie al BlackBerry che abbiamo sempre con noi durante i viaggi in tourbus; leggiamo tutti i commenti e i messaggi, ma in genere non possiamo rispondere, perchè ne riceviamo davvero tantissimi. Solo su MySpace abbiamo quasi 30 000 contatti...” I: Eppure, c'è anche chi tenta di contattarvi lasciandovi i biglietti sui tergicristallo dell'auto con il numero di telefono...(una ragazza in classe nostra l'anno scorso, ndr) W: “Ah, si, ce ne sono molte...finchè sono biglietti va bene, poi sai, se mi sfondano i vetri è tutta un'altra storia!” R: “E comunque, adesso che sappiamo i vostri nomi e la vostra scuola, se succede daremo la colpa a voi!” I: Bene...Walter, sai che abbiamo lo stesso tatuatore? :D W: “Ah si? Devo anche tornarci lì, a fare un po' di foto fatte bene, perchè quelle che avevo fatto per me poi son finite su Big, su KissMe e così via...ci sono immagini della frase dei Good Charlotte sul mio braccio OVUNQUE!” I: Visto che questa è la serata per le borse di studio, voi siete mai stati studenti modello? W: “Si, fino in prima media. Poi da lì sono andato un po' in calando...però non sono mai stato bocciato!” R: “...” I: Ora c'è la domanda da un milione: tornando in tema Internet, si leggono spesso online i dibattiti tra le fan riguardo il vostro stile. Molte di loro vi schedano tra gli “emo”...hanno ragione? A questa rivelazione, i due musicisti si scambiano uno sguardo incredulo e affermano all'unisono “No”. “Come l'abito non fa il monaco, il ciuffo non fa l'emo”, scherza Roberto riferendosi alla tipica pettinatura alternativa di Walter. I:E quindi, come vi definireste? Ancora una volta, i due sono perfettamente d'accordo su cosa rispondere. “In una parola: LOST”!
E così, dopo esserci fatte fare autografi per amiche, amici, zii, nonni e cugini, finisce anche l'incontro con i Lost, e noi li lasciamo andare...si beh, per poco, però: il 21 io e Carlotta eravamo di nuovo al loro meet&greet a Vicenza, naturalmente circondate dalle loro ultrafans vestite TUTTE DA EMO...Insomma, il nuovo proverbio di Roby non ha riscosso molto successo! :D

P.S.: Per le altre foto e i video del live o del meet&greet, è tutto nella gallery!:) P.P.S.: Se volete prendere qualche foto, basta contattarmi, ma evitate proprio il copia e incolla senza credits. E leggetevi la colonna "IMPORTANTE" qui a sinistra. Grazie!
24 Dicembre 2008
Per motivi di spazio non è stato possibile pubblicarla per questo numero de "L'Altopiano", ma per la prossima volta è già pronta la "sorpresa" di Natale...
Intanto buone feste a tutti quelli che hanno fatto i bravi! :D

"Dai catturiamolo, chiuso in una sacca; dopo un secolo vedremo come se la passaaaaaaaaaaaa!"
17 Dicembre 2008
Saaaaalve! Vi siete mai sentiti un po' infantili? Con tanti soldi da spendere invano? Se la risposta è si, allora il gioco di Yu-Gi-Oh è quel che fa per voi! No dai, al di là di questa demenziale presentazione suggerita dal socio Mattia “Heartless”, celebre già su YouTube per la sua performance del fiammifero acceso per magia con l'unghia (disponibile in gallery), l'Altopiano sembra essere pazzo per questo coinvolgente gioco di carte collezionabili... I ritrovi non ufficiali degli appassionati altopianesi di Yu-Gi-Oh si svolgono all'Internet Point di Asiago, luogo dove decido di recarmi allo scopo di approfondire l'argomento. Per conoscere meglio il mondo di Yu-Gi-Oh, mi avvalgo di un aiuto divino, in tutti i sensi, sia per la difficoltà del gioco, sia perchè Mattia vuole essere chiamato Dio...:-)
Dunque, la prima cosa che notiamo quando entriamo all'Internet Point per incontrare i nostri eroi da intervistare, è che abbiamo sbagliato in pieno il giorno, visto che ci sono solo due dei numerosi giocatori dell'Altopiano. I ritrovi in effetti raccolgono più adepti nel fine settimana, quando lo studio non incombe e le menti sono più libere per concentrarsi sul gioco...Ma guai pensare che sia “una cosa da ragazzi”! In effetti, il regolamento (perchè c'è addirittura un regolamento ufficiale) presenta esattamente 49 pagine da sapere a memoria per poter sfidare in allegria, e soprattutto senza barare, i propri avversari.
Quando tentiamo di intervistare i due giocatori dell'Internet Point durante una loro pausa, ci accorgiamo che non abbiamo l'autorità di rivolgere loro la parola: sono troppo VIP per concederci qualche informazione. Il mio amico Mattia, anch'egli appassionato del gioco, cerca di fare da intermediario, ma nonostante faccia parte dell'élite, ci è chiaro che non sono ammessi intrusi come la sottoscritta nel club. I segreti delle carte non possono essere svelati alla prima che passa...(“il mondo NON È ANCORA PRONTO”, dice Mattia.) Ci rivolgiamo quindi al proprietario Davide, altro giocatore di Yu-Gi-Oh che supera di poco la trentina (si può dire?) e che si dimostra decisamente più disponibile alla conversazione. Sostiene che la sua passione per il gioco di carte collezionabili, nata più o meno quattro anni fa, non ha un'origine ben definita, ma probabilmente è dovuta in gran parte all'omonimo cartone animato, sugli schermi italiani dal settembre 2003. Questa serie, adattata dal manga di Kazuki Takahashi pubblicato per la prima volta nel 1996 in Giappone, racconta la storia di Yugi e dei suoi compagni, accomunati dalla passione per il gioco di carte Duel Monsters. In effetti, molte delle regole del gioco si possono apprendere guardando il cartone, ma non crediate di cavarvela in due episodi: lo studio delle regole di Yu-Gi-Oh richiede molto, molto più tempo (e soprattutto tanta dedizione). Infatti, quando chiedo ai miei mentori di illuminarmi almeno riguardo “le cose basilari”, tutti e quattro si voltano a guardarmi con lo sguardo che sembra dire “Allora è vero che le bionde hanno difficoltà di comprensione...”.
Dopo questi fallimentari tentativi di approccio con gli eroi delle carte, l'unica via per essere informata è quella di leggere il tomo delle regole ufficiali con la traduzione simultanea in più lingue da Mattia (onnisciente, per l'appunto). Cominciamo dunque il nostro viaggio nell'inesplorato mondo di Yu-Gi-Oh, incontrando già a pagina 3 del manuale di istruzioni l'invito a comprare taaante carte, vendute in buste da nove per una cifra che varia a seconda del tipo e della rarità, ma che comunque non è bassissima. Quindi, se siete giovani e squattrinati, con pochi centesimi rubati alla mamma in tasca, ricordate che non potete permettervi sia le sigarette che le carte: scegliete le carte! Durano di più e hanno un effetto migliore sulla vostra salute...(come si nota dalla foto del nostro superuomo).
 Ogni giocatore ha il suo mazzo che è composto da 40 carte minime, divise in tre tipi: Mostri, Magie e Trappole. Si può scegliere la composizione del proprio mazzo in base alle proprie preferenze, anche se è sempre consigliabile “fare smissiotto”, come dice Mattia. In genere si gioca in due, come se si trattasse di un vero e proprio duello, e ognuno ha a propria disposizione una griglia casellata su cui giocare le proprie carte. Si parte da un totale di 8000 “punti vita” per ogni “duellante”, che ha l'obiettivo finale di azzerare quelli dell'avversario, o di fargli esaurire le carte del suo mazzo. Tuttavia, ci sono anche carte speciali che determinano la fine in parità di un duello, oppure la vittoria immediata: tra queste ultime troviamo la “Gamba Destra del Proibito”, la “Gamba Sinistra del Proibito”, il “Braccio Destro del Proibito”, il “Braccio Sinistro del Proibito” ( insomma, praticamente tutti gli arti di questo fantomatico Proibito) e una certa carta chiamata “Exodia il Proibito”. Ogni incontro si compone di tre duelli, che, secondo il prezioso documento concessomi gentilmente da Davide, hanno un rituale preliminare che si svolge come segue: prima di tutto, i duellanti si salutano amichevolmente con una stretta di mano, poi ogni giocatore mescola il proprio mazzo e lo porge all'avversario, che lo mescola a sua volta. Successivamente, i rispettivi mazzi con le carte coperte vengono disposti nel proprio campo di gioco. Alcuni dei punti successivi riguardano la disposizione delle carte Mostro, dettaglio che Mattia si rifiuta di spiegarmi per la sua complessità, e la verifica che ogni duellante abbia nel proprio “Side Deck” esattamente 15 carte. Per decidere i turni del primo duello di un incontro, viene lanciata una moneta: chi vince può decidere se iniziare per primo o lasciare l'onore all'avversario. Per i duelli che seguono, sarà il perdente a determinare l'ordine di inizio. Infine, ogni giocatore pesca le prime cinque carte dal proprio mazzo, e solo allora si può dare il via al vero e proprio duello.
ehm...
Esiste anche il “Galateo dei Duellanti”, che i giocatori sono tenuti a osservare quando affrontano il proprio avversario: i duellanti devono dichiarare ad alta voce ogni mossa prima di eseguirla, devono rispondere con massima sincerità alle richieste che riguardano il contenuto delle carte scartate dal loro mazzo oppure il numero di quelle che tengono in mano, e soprattutto non devono toccare le carte dell'avversario senza aver prima ottenuto il suo consenso. Un gioco che si fonda quindi non solo sulla strategia, ma anche sulla lealtà, ritenuta particolarmente importante nei tornei ufficiali. Esistono infatti competizioni a livello nazionale, che decretano, alla fine delle varie tappe,(esposte anche all'Internet Point) gli 8 migliori giocatori che potranno partecipare alla fase europea del Torneo. Infine, i primi 4 classificati a livello europeo avranno diritto di accesso alla finale mondiale.
Bene, cari non-giocatori, pensate ancora che questo sia un gioco come tanti? :-) Non è un caso se la “famiglia allargata” di Yu-Gi-Oh raccoglie sempre più fans e aspiranti campioni di tutte le età, tra i quali chi non sa niente della serie animata o del gioco si sente davvero un escluso...ve lo posso assicurare!

Iceskater&Mattia Heartless
16 Novembre 2008
n.b.: Visto che me l'hanno chiesto, ci tengo a specificare due cose: Primo, il tatuaggio della rosa comparso sull'ultimo numero del giornale non è il mio, ma si tratta di uno dei lavori del tatuatore intervistato, Marco del Lucky7. Secondo, il "geniaccio della foto" di cui si parla nell'intervista NON È Bill Kaulitz, ma un tizio di cui trovate la foto nella gallery, che per ovvi motivi è stata censurata. ;)
Peace. :P Rieccomi qua gente! L'altra volta vi
avevo lasciati con prediche varie riguardo ai piercing, alla scelta
dello studio in cui farseli fare, ma soprattutto riguardo il
significato che possono avere per voi...ora, direi, si passa alla
fase 2: i tatuaggi!
Beh, chi non ne vorrebbe almeno uno
piccolissimo? Più o meno tutti i minorenni che conosco sognano
un progetto in grande stile, che ricopra almeno 2 terzi del corpo (i
maschi, perchè le fanciulle si limitano a soggetti meno estesi
e più eleganti dal punto di vista estetico), aspettando
impazienti i diciott'anni per potersi svincolare dai genitori (quasi
sempre) contrari.
Poi, però, arrivati tutti ganzi davanti all'atteso studio, sbiancano davanti al prezzo perchè,
diciamocelo, come per tutte le modifications, anche i tatuaggi
richiedono una bella spesa, che dipende da molti fattori, come la
dimensione, la complessità e il tempo dell'esecuzione, senza
trascurare il costo dei materiali utilizzati dal tatuatore.
Per chiarirmi un po' di dubbi, colgo la
palla al balzo e propongo di fare qualche domanda a Flavio, uno dei
fidati tatuatori del “Sacrum Cor” di Zanè (e maggiore
attrattiva per le ragazze che amano le creste, i piercing e i
tatuaggi) mentre esercita il suo lavoro sulla mia povera colonna
vertebrale . L'unica clausola che mi impone è quella di non
nominare assolutamente gruppi pop-rock che lui detesta, con la minaccia di girare
l'ago dall'altra parte , “così fa più male”.
Tranquilli, scherzava. :)
Quando gli chiedo se lo studio è
frequentato da molti minorenni, Flavio risponde che in realtà
ce ne sono molto pochi, ma che il primo tatuaggio è un must
appena dopo i 18. Ribadisce che in genere, però, i
megaprogetti tanto agognati dai neomaggiorenni vengono abbandonati e
rimandati di qualche anno non appena sentono parlare di cifre. Riguardo ai soggetti scelti dai nostri
(più o meno) coetanei, sostiene che geki portafortuna, segni
zodiacali, stelle, farfalle&fiori insieme ai cari vecchi tribali
vanno per la maggiore. Anche le frasi tratte dalle canzoni,
però, sono molto gettonate: infatti, udite udite, fan dei
Lost, è stato proprio Flavio a tatuare le parole dei Good
Charlotte sul braccio del cantante Walter Fontana! Dopo questa chicca, il discorso, per
l'ora e mezza restante, cade inesorabilmente su argomenti meno
impegnativi, tra i quali concerti, amici e nasi (si, proprio nasi).
Per rimediare a questa vergognosa
mancanza (ma vi giuro che la conversazione sui nasi è stata
davvero coinvolgente), contatto un altro tatuatore per una breve
intervista. Si tratta di Marco, giovanissimo proprietario del
“Lucky7” di Conselve, in provincia di Padova. Prima di tutto mi informo sul suo
background, vista la notevole esperienza che dimostra di avere
nonostante i suoi 23 anni...
Allora Marco, a che età hai
iniziato a tatuare? E qual è il percorso da seguire per
diventare tatuatore? “Ho cominciato con i primi tatuaggi a
17 anni e a 21 avevo già uno studio mio. Per diventare
tatuatori ci sono varie strade....non è una cosa che si può
improvvisare, bisogna fare gavetta in qualche studio, fare dei corsi,
tra cui quelli fondamentali sono l'igienico e sanitario di minimo 90
ore. Non è affatto semplice e occorre molto tempo prima di
acquisire sicurezza e saper lavorare secondo le norme vigenti.”
Per quanto riguarda le norme sanitarie,
quali sono quelle che uno studio serio deve imperativamente seguire? “Innanzitutto deve prevenire la
contaminazione crociata, ovvero il passaggio di microbi patogeni da
un cliente all'altro-quindi, ovviamente, occorre imbustare e
sterilizzare adeguatamente tutto il materiale d'uso e isolarlo, come
i cavi delle macchinette e il piano di lavoro. A mio avviso è
una cosa fondamentale nella scelta dello studio, specialmente se si
tiene in considerazione il fatto che molti di quelli che lavorano in
casa non conoscono la differenza tra un autoclave di tipo B e una di
tipo S.”
A dire la verità non la conosco
neanch'io... “Beh, è normale...diciamo che
un' autoclave di tipo B, a differenza del tipo S, sterilizza anche
materiale cavo, come le impugnature delle macchinette nel cui interno
scorre l'ago, formando il vuoto frazionato. In altre parole, la S non
sarebbe in grado di sterilizzare l'interno degli strumenti, tranne
quelli per i piercing, come forbici o pinze.”
E i colori che vengono usati hanno qualche particolarità? “I colori devono essere certificati
secondo le norme europee, perchè in America ad esempio sono
molto meno rigidi. Principalmente sono di origine vegetale.”
Qualcuno potrebbe essere allergico ai colori dei tattoo? “È molto, molto, molto raro. A
me è capitato soltanto un MEZZO fenomeno di allergia in 6 anni
di lavoro.”
Ci sono tatuaggi che deperiscono più in fretta? “I lavori piccoli e dettagliati si
rovinano in breve tempo, ma un bravo tatuatore sa consigliarti cosa
scegliere.”
Ultimamente si parla molto dei “pentiti
del tatuaggio”...se qualcuno si stanca dei propri tattoo, come può
rimediare? “Ci sono vari modi ma nessuno lascia
senza traccia; se si rimuove chirurgicamente resta la cicatrice,
mentre se si agisce col laser (i “Q-Switched”, ndr), questo
brucia la melanina e di conseguenza la pelle resta bianca.
Generalmente la maggior parte delle persone che non vogliono più
vedere un tatuaggio ci fa una cover sopra, facendo tatuare
qualcos'altro, ma non sempre è facile o fattibile.”
E per quanto riguarda i minorenni che
si fanno tatuare cosa mi puoi dire? “In effetti c'è molta
richiesta da parte dei minorenni, anche se spesso lo prendono più
come un gioco, solo per far tendenza. Tutto gira intorno alla moda,
quindi i soggetti scelti spesso sono stelle, nomi gotici e così
via...basta che un calciatore o una persona dello spettacolo abbia un
tatuaggio, che subito la massa lo segue. (a questo proposito citiamo
quelle fan dei Tokio Hotel che mostrano felici il loro tattoo-stella
su Internet, sostenendo “Siiii, è uguale a quella del
cantante Bill!”, ndr) È un atteggiamento che io non
condivido.”
E in quanto a soggetti
anticonformisti, ti è mai capitato di fare un tatuaggio come
quello che porta il geniaccio della foto? “Beh io ad esempio ho Pacman e un
coniglio che si spara. Infine dipende dal carattere di una persona e
da cosa vuole esprimere. Come gli occhi, anche i tatuaggi sono lo
specchio dell'anima”
(E inter nos afferma “Io sono un tipo
demenziale e come tale mi faccio tatuaggi demenziali”.)
Insomma, che si veda, che sia nascosto,
che sia grande o piccolo, un tatuaggio è sempre un simbolo,
una cosa che si porta sulla propria pelle in modo permanente e che
quindi deve avere un significato profondo. A mio parere, il soggetto
che ci si vuole far tatuare dev'essere interiorizzato nella mente
prima di essere impresso sulla pelle. Intendo dire che trovo poco
sensato scegliere un disegno a caso dall'album del tatuatore “perchè
è bello e mi starebbe bene”, se in realtà non è
ricollegabile a nessun significato particolare per voi. Da evitare
sono anche i nickname, i nomi dei gruppi preferiti o dei
fidanzati/e...perchè tanto prima o poi si cambia e voi
finirete per stancarvi del vostro, un tempo amatissimo, tatuaggio.
Quindi ribadisco l'ormai strafamoso
“pensateci bene prima”... Altro che diamanti...un tattoo è
per sempre!:)
P.s.: i link per visualizzare i lavori del Lucky 7 o del Sacrum Cor sono i seguenti:
Lucky 7-----> http://it.netlog.com/7Lucky Sacrum Cor--->http://www.sacrumcor.com
Fateci un giro perchè meritano!
21 Ottobre 2008
Pensavate di esservi liberati di me?
Bene, mettete via le trombette e gli
striscioni perchè sono tornata a parlarvi di un argomento che
mi sta molto a cuore: la body modification!
Tutti la conosciamo sotto le sue varie
tipologie, primi fra tutti tatuaggi e piercing, ma esistono anche
altri tipi decisamente più estremi di “bodmod”
(l'abbreviazione usata nel gergo dagli appassionati), come i
branding, i tongue splitting e così via...ma vi risparmio il
“piacere” di leggere per conto vostro i dettagli :-)
La definizione di body modification,
secondo Wikipedia, risulta essere “la deliberata alterazione
permanente o semi-permanente del corpo umano per motivi non medici”.
Detta così sembra essere una pratica inumana, ma per i suoi
adepti, i cosiddetti “modificati”, è una vera e propria
arte, tanto da essere chiamata, appunto, anche Body Art...
Come dicevo, tra le “mods” più
gettonate tra i giovani ( e non solo) troviamo i piercing e i
tatuaggi.
Entrambi possono essere considerati
riti di passaggio o testimonianze di un periodo particolare della
nostra vita; ora, però, imperversano ragazzini/e che per
ragioni estetiche si fanno sforacchiare qua e là dagli amici o
dal primo che offre una pistola sparaorecchini a prezzo
abbordabile...ed è proprio grazie a questi cari bambini che la
bodmod è considerata una pratica pericolosa e da gente
malsana.
E qui servono proprio un paio di
precisazioni, a partire dai piercing (che si scrive “piercing”,non
“PEARCING”, “PIRCING” e tantomeno “PIRSING”, ortografie
che ho visto sfoggiare tante volte dai bimbi sopracitati): prima
cosa, che non c'entra con le regole sanitarie, è che il
piercing è il foro, non il gioiello che ci mettete
dentro, anche se in Italia sembra aver assunto sia uno che l'altro
significato nel linguaggio comune. Quindi evitate di dire davanti a
tutti “ho preso un nuovo piercing per il buco al naso”, perchè
di fronte ai vostri amici potrete anche fare un figurone, ma se vi
sente un modificato più esperto vi scoppia a ridere in faccia.
Detto questo, c'è da dire che i
piercing, come tutte le altre bodmod, devono essere fatti da un
professionista, il “piercer”, quindi da qualcuno che abbia la
licenza e uno studio a norma con tutte le regole igieniche. Ci si
deve fidare esclusivamente di questo genere di studi, che usano
materiali sterilizzati e usa e getta, se non si vuole incappare in un
rigetto decisamente poco piacevole da vedere o in un foro fatto
storto, anche se costa di più, proprio perchè
l'attività svolta è legale e professionale.
In uno studio, almeno qui in Italia,
non troverete mai qualcuno che vi fori senza firma dei genitori, se
siete minorenni: proprio per questo, sempre più “coraggiosi”
decidono di farsi bucare dal primo amico che capita con un ago in
mano, oppure si affidano alla magica pistola sparaorecchini di un
gioielliere.
BENE, SBAGLIATO.
Conosco una ragazza della provincia che
su Internet si spaccia per piercer alla graziosa età di 17
anni, accalappiando nuove cavie per raggranellare un po' di soldini e
poi (da brava furba) mette i video delle sue “opere” su YouTube.
Assistiamo così allo show di questa bravissima professionista,
che senza guanti né niente fora con una siringa (si spera che
prima fosse confezionata, ma nel video non si vede) il labbro
inferiore di un suo amico seduto sui gradini di un portico, mentre
una ragazza lì vicina fuma nella loro direzione. Il video
finisce con la “piercer” che inserisce, sempre a mani nude, lo
stud (il gioiello apposito per il labbro inferiore) nel foro appena
fatto. Ora, io credo che quel povero ragazzo si sia trovato con un
rigetto assurdo già tre giorni dopo, oppure, nel migliore dei
casi, un labbro delle dimensioni di un pneumatico da trattore.
Un' altra ragazza della mia scuola,
adescata in internet, aspirava a uno “smiley” (il piercing al
frenulo del labbro superiore) a pochi soldi. E in chi si è
imbattuta a questo proposito? Ma nella nostra affezionatissima
17enne! Che, tra parentesi, l'ha fatta svenire al primo tentativo di
inserimento dell'ago (anche questo sulla strada).
Ma non sottovalutiamo l'intelligenza
dei nostri coetanei: c'è chi va più sul sicuro
facendosi forare dal gioielliere! (Voluta ironia e risata malefica in
sottofondo, grazie). Che c'è di male, penserete?
Già mi aspetto le minacce di
morte della categoria, ma bisogna precisare che un gioiellere non è
un piercer, e come tale non ha la licenza per forarvi. È vero
che tutti ci siamo fatti bucare i lobi con la pistola dal negoziante
di articoli regali sotto casa, ma questo succedeva qualche anno fa,
quando non si sapeva dei rischi della pistola, ora vietata in
qualsiasi studio serio di piercing.
La pistola, infatti, per la sua
struttura, è difficilmente sterilizzabile, quindi restano
sempre dei microspruzzi di sangue della persona precedentemente
“pistolata”. Inutile ricordare i rischi più gravi, come
quello di contrarre l'epatite B o, nel peggiore dei casi, l'HIV...e
se state pensando “ma tanto capita una volta su 1 miliardo”, beh,
una banalissima ma fastidiosa infezione vi verrà nel 90% dei
casi, state tranquilli.
Il rischio di infezioni, rigetti e cose
varie è praticamente nullo se vi affidate a piercer
professionisti, perchè utilizzano aghi monouso e gioielli di
materiale anallergico (titanio o acciaio chirurgico, in genere),
precedentemente sterilizzati e, soprattutto, della giusta dimensione.
Moltissimo, però, dipende anche
dalla cosiddetta “aftercare”, ovvero la cura che poi si ha del
nuovo foro: ogni piercing ha una cura specifica a seconda della sua
posizione, e soprattutto, ognuno ha un differente tempo di
guarigione.
Uno dei più ambiti dalle
ragazze, il piercing all'ombelico (detto in gergo “navel”), è
uno di quelli più lenti a guarire, per esempio: si stabilizza
tra i 6 e i 12 mesi. Quindi, ragazze, se volete farvi forare nella
pancia armatevi di pazienza e di soluzione fisiologica due volte al
dì...
Ogni piercing ha la sua storia e il suo
nome: proprio il navel sembra essere stato un simbolo di nobiltà
presso gli antichi Egizi, mentre decisamente più recenti sono
i piercing facciali, come il medusa (centrale sopra il labbro
superiore), il monroe (laterale, proprio come un neo “alla
Monroe”), il labret centrale o laterale (sotto il labbro
inferiore), l'eyebrow nelle sue varie forme (al sopracciglio), il
nostril (alla narice) e una marea di altri..c'è davvero
l'imbarazzo della scelta!
Senza contare, poi, tutti gli altri
body piercing, compresi i “surface” e i “microdermal”, che
vengono fatti con delle tecniche particolari proprio perchè,
essendo l'uno superficiale, e l'altro completamente incastonato nella
pelle, hanno un rischio di rigetto altissimo, se non eseguiti
correttamente.
E arriviamo così alla cosa più
importante di tutte: il significato del piercing.
Purtroppo, sempre più
frequentemente, si vedono ragazzini veramente giovani “forati”
solo per essere alternativi, che di questi tempi di fatto significa
per uniformarsi alla massa di emo, punk, brutal, scene queen e gente
varia che circola allegramente con un'etichetta “alternativa”
addosso.
Il più gettonato tra i piercing
“alternativi” (si fa per dire) sembra essere il labret laterale.
Ormai dappertutto imperversano ragazzi e ragazze con la famosa
pallina sotto il labbro inferiore...motivo per il quale i modificati
“seri” tendono a scartare l'opzione di farselo fare.
Eppure c'è chi si appassiona
alla bodmod per altri motivi: per segnare un momento importante, ad
esempio, o una fase di passaggio...la stessa Christina Aguilera, in
un periodo particolarmente difficile della sua vita ,si era fatta
fare 11 piercing...va beh, senza esagerare, si intende.:-)
Da qualche parte ho letto che “un
piercing è un modo per fare entrare un raggio di luce nel
nostro corpo”. Solo un modo poetico di fare pubblicità?
Secondo me no: un fondo di verità nel “piercing terapeutico”
c'è...l'importante è non farsi prendere dal vizio, come
per ogni cosa, anche perchè altrimenti perde il suo valore
iniziale (sempre che il valore ci sia, contando i casi citati prima
dei ragazzini che se li fanno “perchè fa figo”).
Alla fine, anche se un piercing non è
per tutta la vita, credo che sia veramente inutile farselo solo per
spirito di emulazione o per sentirsi “very cool”; gente, se
proprio non resistete alla sindrome da
“il-mio-amico-ce-l'ha-e-io-non-posso-non-avercelo”, ricordatevi
che vendono anche quelli adesivi o a calamita. Non serve per forza
far esaurire i genitori... Anche perchè dopo lo
sbucherellamento che può sembrarvi una cosa troooooooppo
ganza, c'è l'aftercare e tutte le precauzioni da tenere per
mantenere il piercing vivo e vegeto...insomma, o siete convinti,
oppure evitate.
Bene, ora che ho finito la mia predica
direi che si si vede al prossimo numero con la seconda parte,
dedicata ai tatuaggi...per le lamentele, le minacce di morte o
semplici delucidazioni sull'argomento rimando sempre al blog! Au
revoir cari!
16 Luglio 2008
“Noi vicentini siamo dei gran bevitori…” Impossibile non averla sentita almeno una volta…è la canzone creata appositamente per far consumare le corde vocali ai partecipanti di una qualsiasi festa giovanile in provincia, nonché per farsi riconoscere al di fuori dei confini veneti…Certo, non è una gran bella pubblicità, ma se ci si
riflette, quanta verità sta dietro questa semplice frase? Ultimamente
tv, giornali e media di ogni genere puntano il dito contro le nuove
generazioni e quello che pare sia il boom del loro abuso di alcool.
Sempre più preoccupanti anche le statistiche che collocano il Veneto ai
primi posti per le bevande alcoliche tra i giovani: a livello
nazionale, poi, si sente parlare di ragazzine tredicenni che saltano la
scuola per passare la mattinata ad ubriacarsi al parco, di risse fuori
dai locali provocate da una serata particolarmente “etilica”, senza
contare tutti gli incidenti stradali che avvengono per lo più il
weekend e sono proprio dovuti agli eccessi del sabato sera. E
l’Altopiano, in tutto questo discorso generale, c’entra eccome: una
delle frasi che sento ripetere più spesso è che il nostro territorio ha
un tasso di giovani “alcolisti occasionali” altissimo. Un qualunque
sabato sera e alcune domande possono aiutare a chiarire questo
argomento...
Alle 22 circa incontro cinque ragazze al bar, dove
hanno appena ordinato l’aperitivo pre-disco. Sono preparate di tutto
punto, attirano l’attenzione, d’altra parte il sabato sera è l’unico
momento in cui ci si può permettere ogni cosa, o quasi: è forse per
questo che, quando cerco di informarmi sul contenuto dei bicchieri che
sono appena arrivati, mi rispondono che non lo sanno, che hanno
lasciato via libera al barista e alla sua inventiva. Una di loro
sembra un po’ perplessa quando assaggia quel che c’è nel suo bicchiere,
le altre tre invece incitano l’ultima compagna rimasta a bere tutto
d’un fiato, “a skul”, accusandola scherzosamente di non essere “gnanca
dona” se non ci riesce. E’ a loro per prime che decido di porre alcune domande sulla questione alcool e sostante d’abuso in generale. Alla
domanda “Mai ubriacata in vita tua?”, due di loro (una delle quali ha
appena gettato il contenuto del suo bicchiere in quello della vicina)
mi rispondono di no. Tuttavia, se devono, lo fanno perché piace, se il
gusto dell’alcool è ben mascherato e il cocktail in sé ha un buon
sapore. Le altre tre sostengono di averlo fatto soltanto una o due
volte, per “disperazione” o in occasione di feste particolari, come ad
esempio Capodanno. Per quanto riguarda l’argomento droghe, tutte e
cinque sono categoriche nel rispondermi che nessuna di loro ne ha mai
fatto uso. Quando chiedo loro quali motivi credono possano spingere
qualcuno al contrario, le risposte sono le più svariate: per mettersi
in mostra, per sete di nuove esperienze, perché forse hanno problemi in
famiglia o perché sono comunque persone deboli interiormente; alla
fine, una delle ragazze sbotta: “Beh, ma è perché…ghe manca sale in
succa!”. Le altre ridono, io intanto passo ai ragazzi, tutti di età
compresa tra i 15 e i 20 anni. Sono più restii a parlare e mi tocca
faticare non poco per farmi concedere qualche risposta. In ogni caso,
mi fanno capire che tra di loro solo tre si sono ubriacati almeno una
volta, e in genere la prima sbronza adolescenziale risale ai 17 anni. Anche loro affermano che quelle che in gergo vengono chiamate “strope
atomiche” (!) avvengono per disperazione (per una storia appena finita
male o anche un sabato sera particolarmente noioso), per le occasioni
importanti da festeggiare, la voglia di divertirsi di più e…”così!” (risposta letterale). In quanto a droghe, nessuno di loro mi risponde
affermativamente (tuttavia, come per le ragazze, pochi “campioni” tra
il popolo altopianese non possono rappresentare tutti quelli che lo
compongono; e poi, siamo sicuri che lo verrebbero a dire proprio a una
mezza sconosciuta? ). Concordano con le ragazze nel dire che chi fa
uso di queste sostanze, lo fa unicamente per mettersi in mostra e
perché non ha alcun rispetto di sé stesso. L’ultima domanda, forse
la più interessante, mette d’accordo un po’ tutti: c’è più abuso di
alcool e droghe di qualsiasi genere tra i giovani dell’Altopiano o tra
quelli della pianura? La risposta unanime è che per l’alcool siamo
più avanti noi altopianesi, mentre per le droghe lo sono i nostri
coetanei di pianura. In effetti, tenendo sempre conto
dell’impossibilità di rappresentare tutti, è ciò che sembra confermare
la stessa serie di domande rivolte però a un gruppo di studenti di
Vicenza e dei paesi limitrofi (grazie anche alla collaborazione
dell’aiutante vicentino Alberto…bei amici che te ghe! ). Sia per
ragazze che per ragazzi, le risposte date sono in maggior parte
affermative. Proprio la conversazione con un altro ragazzo di
pianura mi ha colpita: si vantava dell’”erba” che aveva preso pochi
giorni prima e si rammaricava anche di essersene fatto solo un po’,
perché “di solito, me ne faccio 4 o 5 di canne il sabato sera, poi se
ci aggiungi un po’ di alcool dopo è il massimo…” e quando gli ho
chiesto che effetto gli facesse, la sua risposta è stata semplicemente
“SBALLA!” Insomma, un bel ragazzo e tutto, ma alle sue confessioni
è cascato il palco, per così dire. Credo che poca gente penserebbe
seriamente a stare vicino a qualcuno che fa regolarmente uso di droghe.
Non è che un rischio in più, un problema a cui pensare di troppo. Anche
se si crede che andare contro le regole sia “figo” e faccia
alternativo, in genere presso gli altri non fa che suscitare l’effetto
contrario. Quindi tanto vale stare dentro i limiti della normalità, no? Sicuramente,
non è il caso di fare di tutta l’erba un fascio (!), visto che in
Altopiano, fino a qualche tempo fa, girava la moda dello “snus”, il
tabacco senza fumo svedese, ora a quanto pare tolto dal commercio
italiano, che messo sotto il labbro dava effetti tanto benefici quanto
immemorabili (nel vero senso della parola: il giorno dopo, in genere,
la gente che ne faceva uso era costretta a farsi raccontare dagli amici
sani quello che avevano fatto nell’”after-snus”).
Ritornando
all’alcool come sostanza d’abuso, sono due gli elementi essenziali che
ne fanno assumere in quantità industriale, senza che la persona in
questione se ne renda conto più di tanto: gli “alcolpops” e i giochi di
gruppo alle feste. Gli alcolpops sono tutti quelle bevande frizzanti
leggermente alcoliche (dai 5 ai 7 gradi) e generalmente economiche, che
mascherano il sapore dell’alcool con quello della frutta, ad esempio, e
quindi invogliano a prenderne sempre di più, perché non ci si rende
conto che si tratta pur sempre di alcool. Per quanto riguarda le
feste, invece, non è raro che si facciano giochi che prevedono come
penitenza un sorso di un cocktail artigianale e praticamente
imbevibile, da quanto è pesante a livello alcolico. E così, errore dopo
errore, si arriva ad avere la vista annebbiata e i riflessi alla
moviola, a sfatare la credenza che “l’alcool sveglia”. Anche
l’alcool a suo modo è una droga, visto che crea dipendenza, e quasi
tutti iniziano a prenderlo per il luogo comune che rende più sciolti,
più rilassati e divertenti, per godersi meglio un sabato sera. Però
poi, dall’”anima della festa” si rischia di trasformarsi nello zimbello
di turno. Porto ad esempio un caso preso sempre dal sabato sera:
esco da un locale con la mia compagnia per prendere un po’ d’aria e
subito noto che una ragazza seduta sul muretto mi fissa. Ha circa 18
anni, è vestita bene e tiene una birra in mano. Evidentemente non è la
prima, visto che d’un tratto si mette a indicarmi e a urlare alla sua
amica, seduta accanto a lei, “ma quella lì è tua parente o tua amica?” e, alla risposta negativa che si sente dare, chiama a sé uno dei miei
amici per chiedergli la stessa cosa. Il malcapitato Tigro cerca di
presentarmi, ma la ragazza passa oltre, non lo ascolta nemmeno, ce l’ha
a morte con la mia gonna che secondo lei è troppo lunga. Il mio amico,
diplomatico, cerca di calmarla, ma lei continua a delirare, e nel
frattempo gli sguardi di tutti, volenti o nolenti, si sono rivolti
verso di lei. Sguardi divertiti, sguardi di scherno, sguardi di
compassione. Che sembrano tutti dire la stessa cosa: “ma che figura di
… “
E in genere, dalla “stropa” o “mina” allegra, che fa
divertire più gli altri che sé stessi (e include balli ad occhi chiusi,
sms senza senso inviati a tutta la rubrica del telefono e tresche con
persone inimmaginabili), si passa rapidamente alla “mina triste”, cioè
il vero e proprio stadio depressivo dell’alcool, immediatamente
precedente al tuffo in stile Cagnotto (e mai nome fu più azzeccato di
questo) ai piedi del WC.
Eh si, perché l’alcool ti porta il più in
alto possibile per poi sbatterti giù con violenza. E più ci si sente
euforici all’inizio, più si starà male dopo. “In vino veritas”, si
dice: ed ecco che alla fine di una “serata etilica” ci sono mamme che
si trovano ad ascoltare gli sfoghi insospettabili e i sentimenti di
solitudine dei figli adolescenti, le richieste non fatte, i desideri
inespressi per paura di un no. E poi il giorno dopo non ci si ricorda
niente, ma ci si porta dentro il sequel della serata con il mal di
testa del “post-balla.”
Navigando su internet trovo altri dati
importanti: un giovane su 4 tra i 15 e i 29 anni muore a causa
dell’alcool, che è anche il primo fattore di rischio di invalidità e di
malattia cronica nei giovani, più vulnerabili a livello fisico e
psichico agli effetto che tale sostanza d’abuso provoca.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità per l’Europa sostiene che quasi
il 50% di tutte le morti nel territorio europeo, dovute a ferite
intenzionali o accidentali, nonché le violazioni della legge, sono
attribuibili al consumo di alcool. Leggo anche pareri soggettivi
sulla questione: “i giovani sono la nostra risorsa per il futuro, la
nostra speranza, ma sono bersagli di falsi modelli di vita
sponsorizzati dalla pubblicità” e ancora “ognuno fa quel che vuole,
basta controllarsi” e “è colpa della società che ci opprime se noi
giovani beviamo”. Ma la risposta che fa riflettere di più è quella di
una ragazza toccata da vicino da questo argomento: “Mio padre è
alcolizzato…e non ha risolto i suoi problemi bevendo negli anni…ha
perso tutto, anche la sua famiglia, forse non ha più nemmeno una vita…” Senza
fare la “predica” che potrebbe risultare ipocrita e lontana dalla
realtà, visto che chiunque sbaglia, ma l'importante è correggersi,
voglio concludere solo con una domanda: VALE DAVVERO LA PENA DI CORRERE
IL RISCHIO?
31 Maggio 2008
Domani mattina parto per Parigi, per il tirocinio previsto dal Progetto Leonardo...
Quindi dall'1 al 28 non avrò occasione di aggiornare... Ci vediamo al mio ritorno!
24 Maggio 2008
Si avvicinano le visite all'estero previste dai vari gemellaggi degli studenti altopianesi...nel frattempo, attendendo i loro resoconti, vi posso raccontare io qualcosa del mio scambio culturale... C'è da
sapere che il Corradini è da sempre gemellato con 3 cittadine del
Baden-Württemberg: Villingen-Schweningen, Balingen e Rottweil.
Balingen, però, partecipa solo ad anni alterni allo scambio...e questo
era l'anno no. Di conseguenza, per la settimana del gemellaggio, era
stato organizzato che la ultrastramitica 4^B sarebbe stata ospite degli
studenti di Villingen insieme alla 2^C, mentre la 2^B avrebbe risieduto
a Rottweil, a circa 25 chilometri. E qui ci serve un minutino per
riepilogare le impressioni (i pregiudizi?) pre-scambio... Cercando
in Internet, tutto il popolo femminile della 4^B si era autobenedetto
per essere stato assegnato a corrispondenti di Villingen, vista la
massiva presenza di negozi di abbigliamento a basso costo...Pimkie,
H&M e così via...insomma, il paradiso. Da aggiungere, poi, la pista
ghiacciata vicinissima...Ma un giorno funesto è arrivata la conferma
che per me e altre due ragazze della mia classe il paradiso aveva
chiuso le sue porte: a Villingen non c'era più posto! E dovendo
scegliere tra chi estraniare dai propri compagni e confinare a
Rottweil, la professoressa ha optato per le più grandicelle, per
lasciare unite "quelle di seconda, poverette, è il primo scambio per
loro, lasciatele tutte insieme..." Anche lì sono seguite le ricerche
in Internet, ma né Google né YahooAnwers hanno saputo darci l'illusione
della presenza dei negozi sopracitati...una sola parola vagava nelle
nostre menti nei giorni precedenti la partenza: H-E-L-P! A questo si
aggiungeva il fatto che la famiglia presso cui ero ospite era
interamente vegetariana...e mia madre non riesce a farmi mangiare nè
frutta nè verdura dall'età di 3 anni. L'ironia della sorte... Il
giorno della partenza, sabato 5 aprile, era già cominciato bene: un
litigio "diplomatico" di prima mattina con quelle di seconda per avere
i posti in fondo (ma non è sempre stato che i più vecchi
AUTOMATICAMENTE hanno la supremazia sui posti in autobus? Ah, le nuove
generazioni...), la vendetta da parte di queste ultime che hanno
cantato dalle 6.40 alle 16.59 tutta la discografia di Tiziano Ferro, di
High School Musical e, dulcis in fundo, dei Pooh... Dopo aver
passato una giornata a fare autoscatti in autobus, negli autogrill,
addosso ai pali della luce e in genere in qualsiasi luogo dove fosse
ammessa una fotocamera, verso le 18 siamo arrivati a Rottweil, con un
leggero ritardo dovuto all'immancabile "mal di corriera" della
sfortunata di turno. C'est la vie! Salutando a malincuore i compagni
di viaggio destinati a proseguire il viaggio per Villingen, noi
"rottweiliane" siamo scese verso i corrispondenti. La mia mi aveva
avvisato via e-mail che non ci sarebbe stata e che mi avrebbe
accompagnata a casa sua il professor Achtert, amico di famiglia e
responsabile dello scambio; così, dopo un po' ,sono arrivata scortata
alla mia residenza tedesca, una villetta trifamiliare in un quartiere
molto tranquillo, ma sempre vicino al centro. La sera dell'arrivo, la mia corrispondente non l'ho vista
perchè era a un concerto dal pomeriggio, quindi sono uscita con la sua
vicina di casa, Constanz, che mi ha fatto conoscere l'ART...si tratta
di un centro giovanile gestito autonomamente, nato come stanza di
ritrovo che due compagnie di amici, unendosi, hanno ottenuto nel 2005
per le loro serate... ora l'Art ha non solo il proprio sito internet,
ma anche i baristi, i dj, le band e tutto lo staff che organizza gli
eventi. Il bello di tutto questo è proprio il fatto che è gestito
completamente dagli stessi ragazzi che poi, la mattina, ti ritrovi tra
i banchi di scuola: la società dei giovani tedeschi è un mondo a parte,
con le proprie regole, in cui gli adulti non sono previsti. Ciò non
significa che si sentano liberi di comportarsi da fuorilegge, anzi,
probabilmente questa autonomia dà loro la possibilità di crescere più
in fretta. E infatti hanno molto più spirito di iniziativa e sono
sempre attivi socialmente: partecipano con slancio a gruppi di difesa
dell'ambiente e degli animali(sempre gestiti in modo autonomo),
concerti di beneficenza, hanno stand alimentari alle fiere...insomma,
degli adulti non sanno che farsene. Inoltre, contrariamente alle mie
funeste aspettative, la musica che ascoltano non è solo dei Tokio
Hotel!Già all'Art avevo avuto la mia bella dose di The Kooks e Killers,
ma il meglio è arrivato la mattina dopo, quando ho conosciuto di
persona la mia corrispondente...in pratica la mia versione bionda! Mi
sono illuminata solo a guardare tra i suoi scaffali: c'erano Arctic
Monkeys, Babyshambles e altri indie-rockers tedeschi mai sentiti, ma
che il mio lettore mp3 ha accolto con molto piacere... La domenica
era dedicata all' "ambientamento" con la famiglia tedesca, con cui
dovevamo passare tutto il giorno...probabilmente il più traumatico,
perchè si doveva ancora impostare la mente sulla modalità
"parlo-tedesco-e-non-dialetto-veneto", quindi la formulazione di ogni
frase richiedeva circa mezza giornata anche per i più bravi. Annette,
la mia corrispondente, aveva programmato il circo per il pomeriggio;
nessuna delle due ne andava pazza, ma almeno ci siamo ritrovate con
altre tedesche che a loro volta ospitavano quelle di seconda. Quando si
è all'estero, si cerca per forza un appiglio a qualcosa che ci faccia
sentire più a casa: anche se non conoscevo nessuna delle italiane
sedute vicino a me, ho subito fatto amicizia con loro e in tutta la
settimana ho legato sempre di più, scoprendo addirittura che per certi
versi mi trovavo bene con loro tanto quanto con quelle della mia
classe...
Il lunedì mattina è stato il turno della scuola, e
lì abbiamo avuto modo di stupirci: in Germania non esiste la scuola
media e, di conseguenza, dopo 4 anni di elementari i bambini decidono
già a quale tipologia di istituto superiore indirizzarsi, tra
Gymnasium, Realschule e Hauptschule. (detta breve, rispettivamente per
studenti con voti alti, con voti medi, e infine per chi non ha grande
interesse a studiare) Quindi per noi è stato strano vedere i bambini di
10 anni girare per gli stessi corridoi dei maturandi 18enni (compresi i
gettonatissimi baristi dell'ART!), abituate come siamo al nostro
sistema scolastico. Da subito, assistendo alle lezioni, abbiamo notato che: 1)Partecipano
MOOOLTO di più (eppure studiano di meno a casa!): probabilmente è anche
dovuto al fatto che con i professori hanno un rapporto meno formale, ma
pur sempre rispettoso. Essenzialmente, non sono intimoriti da qualcuno
che ha una scala di valutazione che va dallo 0 all' 8 ed è pronto ad
infierire al minimo errore o a un intervento sbagliato. 2)Si
trasferiscono quasi ad ogni ora in aule diverse a seconda della
materia. Aule ATTREZZATE, si intende. E alla fine di ogni lezione c'è
una pausa di 5 minuti per spostarsi. 3)In classe fanno quello che
vogliono! Mangiano, scrivono qualcos'altro...Se qualcuno non segue, il
professore non richiama più di tanto. Che si arrangino, in pratica.
Questa è forse l'unica cosa negativa...però, intanto, parlano l'inglese
e conoscono la storia, la matematica e altre materie molto meglio di
noi...
Lo stesso giorno è seguito il giretto guidato per
Rottweil, con il professor Achtert (le iscrizioni al fans club sono
aperte!) e in compagnia del "freddo ladro" che ci ha seguite per tutta
la settimana...beh, non so quanto vi interessi sapere delle chiese e
dei monumenti, ma sappiate che ci sono dei bar italiani che meritano!
:-) E la Hauptstrasse è bellissima, perchè tutte le case sono dipinte
di colori diversi e hanno ancora le insegne in caratteri corsivi e
dorati... Quasi dimenticavo la battutona di Achtert mostrandoci il suo
posto preferito: "Beh, ecco, e se volete suicidarvi, potete farlo da
questo ponte o da un altro che dopo vi mostro..." Il pomeriggio
Annette doveva fare la babysitter, così, pensando che mi sentissi sola,
mi ha proposto di uscire con il suo ragazzo Claudius, a bere un
cappuccino. Situazione imbarazzante perchè l'avevo visto solo una
volta, e dopo mezz'ora che gli raccontavo i primi 17 anni della mia
vita non si sapeva più di cosa parlare...ma poi a noi si è unito
l'amico quasi rasta Benny e ci siamo messi a fare autoscatti senza
senso!E fuori dal bar, Claudius, che gira sempre con una biciclettina
minuscola da BMX acrobatico, mi chiede "Andate anche voi con queste
bici in Italia?", intendendo se anche qui esiste il BMX, e io "No, in
genere giriamo con biciclette più grandi"...credo che da quel momento
mi abbia odiata! Il giorno dopo era in programma la gita al lago di
Costanza con tutti gli altri che risiedevano a Villingen...finalmente
un po' di italiano! Ci siamo scambiati le prime impressioni e abbiamo
concordato nel dire che il distacco tra ospitato e ospitante è molto
meno sentito in Germania che altrove. Ad esempio, ad alcuni è capitato
di partecipare a un battesimo o ad altre cerimonie di parenti quasi
come un membro temporaneo della famiglia tedesca... La cosa più
bella da fare a Costanza è sicuramente andare in battello, anche con il
freddo; sarei stata ore a fissare il lago e il panorama che si vedeva
oltre l'acqua...Lo stesso che ha ispirato molte poesie della poetessa
Annette von Droste-Huelschoff, da cui prende il nome il Gymnasium delle
nostre corrispondenti. A fare da guardia al castello della poetessa
c'era Markus, un uomo vestito da templare armato di spada...più che il
castello e il lago, è stato lui il protagonista delle foto! Sembrava
Prezzemolo di Gardaland...tutti che si mettevano in posa accanto a lui
con la spada sfoderata...e alla fine, al ritrovo per il ritorno, due
ragazze sono arrivate in ritardo perchè erano tornate indietro a
regalargli i biscotti! Mercoledì è stato il turno di Tuebingen, famosa
per la facoltà di Teologia di cui Ratzinger è stato professore. E' una
città veramente incantevole, con il centro sopravvissuto alla seconda
guerra mondiale e quindi ancora in vecchio stile, senza dimenticare gli
edifici variopinti sulla riva del Neckar che hanno anch'essi le
inserzioni di legno. Nell'ora che ci era stata data a disposizione come
"tempo libero", io e la mia amica Mary abbiamo optato per lo shopping a
formazione compatta, perchè si sa che girare per negozi in due è molto
meno dispersivo che in 10...peccato che poi ci siamo perse! Davanti a
uno dei milioni di negozi, Mary ha visto un ragazzo con un cane e l'ha
salutato, lui ha ricambiato per poi domandare:
"Verlaufen?"(="perse?")...e lei: "Ehmbè, si, un po'" in italiano,
naturalmente!Ma il meglio è arrivato giovedì, con la gita a Stoccarda,
prevista per tutto il giorno...abbiamo visitato il Mercedes-Benz
Museum, bellissimo anche per chi di auto non se ne intende, per poi
dedicarci allo shopping nella Koenigstrasse...ma due ore e mezza per
tutti quei negozi erano praticamente un delitto!Sempre a formazione
compatta, io e Mary ci siamo perse DI NUOVO mentre ci dirigevamo al
luogo di ritrovo, la Stadtgalerie, galleria d'arte moderna...ma questa
volta eravamo accompagnate da altre nostre compagne, e ci siamo quasi
più divertite a cercare la strada che per il resto...scenetta
divertente della giornata: quasi arrivati alla Stadtgalerie, Max si
accorge di aver perso l'ombrello e ripercorre tutta la chilometrica
Koenigstrasse per poi scoprire solo in fondo che...era nella borsa
dello shopping!Dopo la visita alla galleria, ultima tappa della
giornata, siamo tornati rispettivamente a Rottweil e Villingen...però
Annette aveva un appuntamento dal dentista e quindi mi aveva lasciato
le chiavi di casa, chiedendomi "sai tornare da me, vero?" e io "ma
certo, figurati!"...e ci sono tornata così in fretta che mi sono
trovata sul cellulare mille chiamate senza risposta da lei, preoccupata
che fossi stata rapita dagli UFO...in realtà avevo solo preso la strada
più lunga e più labirintica :-)
Una cosa che ho notato facendo il
percorso da sola, è che le regole della strada sono decisamente più
rispettate in Germania: tanto per fare un esempio, con il rosso non
passa nessuno (e neanche con il giallo, se è per quello), e i pedoni
non sono sottomessi all'arbitraria volontà degli automobilisti come
qui. Mi spiego meglio: tutte le volte che mi fermavo ad aspettare il
mio turno di passare in corrispondenza delle strisce pedonali, le auto
inchiodavano, anche se magari erano a venti metri. E pensare che qui
passo anche per maleducata se non ringrazio con un cenno della mano il
"magnanimo" automobilista che con aria seccata mi concede il legittimo
diritto di attraversare la strada sulle strisce... Il venerdì,
giorno precedente al ritorno in Italia, già c'era aria di rimpianto. Per la mattina era prevista la scuola con le corrispondenti, mentre per
il pomeriggio eravamo invitati al municipio per il saluto del sindaco,
con tanto di bretzel e succo d'arancia attorno al tavolo
consiliare...Ci hanno anche regalato l'orsetto ricordo di Rottweil, che
io ho battezzato Konrad in onore del fratello di Annette e che tuttora
campeggia orgoglioso sulla mia borsa. Ancora una volta, per tornare
a casa ero da sola, perchè la mia iperattiva corrispondente aveva
equitazione...ma sapete una cosa? Non c'è niente di meglio di girare da
soli in una città straniera, andare a negozi parlando un'altra lingua e
sentirsi parte di una realtà che fino a pochi giorni prima era temuta.
Veramente, gente, varrebbe la pena di andare in gemellaggio anche solo
per questo! Infine, il venerdì sera, siamo tornate all'Art...abbiamo
cantato come matte, fatto foto, conosciuto nuova gente (tra cui
ricordiamo Florian, già conosciuto in Internet e ritrovato proprio
all'ART...adesso in suo onore ho chiamato così il mio panda di
peluche)...e qualcuna si è anche dovuta accollare la responsabilità di
trascinare a casa la corrispondente ubriaca! (Bea, sarai per sempre il
nostro idolo!). Sabato mattina si respirava la stessa atmosfera del
viaggio di andata, segnata dalla totale assenza del desiderio di
partire e di lasciare le nostre amiche. Come ogni volta, infatti, solo
verso la fine ci eravamo legate alle nostre corrispondenti...Appena è
arrivato l'autobus davanti alla scuola, ecco che sono cominciate le
crisi di pianto per tutte...Credo che Annette abbia dovuto mettere a
stendere la sua giacca dopo l'ottava volta che la abbracciavo in
lacrime! Quindi, se siete preoccupati di partire, di lasciare per
una settimana le vostre abitudini e la vostra lingua madre...beh,
lasciate da parte le paranoie, perchè alla fine non vorrete più tornare!
07 Aprile 2008
Scarpe con il tacco, accessori appariscenti, prove davanti allo specchio...Vi state chiedendo dove avete già visto questa scena? Ve lo dico io, nel film “Take the lead” (l'italianizzato “Ti va di ballare?”)...oltre che ogni fine settimana a casa vostra! Eh si, perchè il rito del sabato sera è d'obbligo per almeno la metà dei giovani tra i 14 (ma anche prima, volendo) in su...c'è chi ha più libertà e può uscire ogni weekend e chi invece aspetta con trepidazione una certa data perchè è una delle poche in cui ha il permesso di uscire...
La febbre del sabato sera si manifesta con i primi sintomi già durante la settimana, almeno nei più giovani: si raggruppa tutta la compagnia, si decide dove andare, cosa fare e, per le ragazze, come vestirsi...eh si, in effetti è impensabile andare in giro scompagnate nel vestire! È una delle regole non scritte della compagnia al femminile...Anche perchè, in genere, non si vuole rischiare di dare troppo nell'occhio, né in un estremo né nell'altro...
Tipica conversazione tra ragazze via sms prima del Saturday Night: “Ehi bella...come ti vesti stasera?” “Mah, non ne ho idea...tu? Non mi vedo con niente, faccio schifo!” “Scherzi, con il fisico che hai? Io pensavo gonna e canottiera con sopra il coprispalle...daiiiii, vestiti anche tu così!” “No, guarda...non è proprio serata...metterò jeans, maglione e scarpe da ginnastica...” “Ok, dai, allora li metto anch'io!”
Poche ore dopo, naturalmente, capita che quella che non si vedeva con niente alla fine se ne esce in tenuta da Hollywood completa di espressione “PERCHÈ IO VALGO” coordinata, mentre voi ve ne state a rosicare e a pensare alla vendetta con il vostro maglioncino a prova di spifferi addosso... La solidarietà non sempre paga!
In ogni caso, inutile dirlo, a seconda dell'itinerario varia anche l'abbigliamento...ma non il tempo interminabile dei preparativi! A questo punto i ragazzi penseranno di non essere presi in causa: sbagliato! Nonostante non lo diano a vedere, anche i maschi spendono un sacco di tempo davanti allo specchio, non solo per prepararsi, ma anche per avere un'immortale testimonianza della loro ineffabile bellezza da sabato sera, aiutati dalla fedele fotocamera...come dichiarano le gallery dei vari blog sparsi per la rete! Oltretutto, vista la nuova moda dilagante dell'emo, sempre più numerosi sono i ragazzi che tengono una piastra per capelli sopra il comodino...e sempre più numerose anche le fidanzate costrette a piastrare loro il ciuffo alla Alex Evans (l'emo boy più amato dalle dodicenni; per ulteriori informazioni consultare la mitica Nonciclopedia!)...
Per quanto riguarda l'abbigliamento, la frase più ripetuta è di sicuro “MI SONO MESSA/O LE PRIME COSE CHE MI CAPITAVANO A TIRO”, affermazione che viene totalmente smentita se si dà un'occhiata all'armadio devastato e ai 1437 capi di vestiario adagiati disordinatamente sul letto del festaiolo o della festaiola in causa. Dopo i millenari e stressanti preparativi (con tanto di foto documentative del “prodotto finito”, appunto), arriva finalmente l'ora di uscire...Ma non per tutti questo significa rilassarsi! Conosco gente che sostiene che l'agitazione e la pressione di DOVER passare un sabato sera ai confini del folle divertimento fa quasi passare loro la voglia di uscire...infatti, per chi magari non può darsi alla folle gioia tutti i sabati, ma ha invece le date prefissate, l'ansia di dover sfruttare al meglio le ore di libertà è paragonabile a quella che ci attanaglia prima di una competizione importante!
Finalmente arriva l'ora di mettersi la giacca e uscire: da lì, le strade di ogni compagnia si dividono e le opzioni di serata tipo tra cui scegliere sono essenzialmente 3:
1)BAR-TOUR: come dice il nome, si va in giro a bar, pub o paninoteche! 2)DISCO EVENING: da trascorresi interamente in discoteca... 3)MIXED NIGHT: un misto tra la prima e la seconda scelta...si comincia presto con l'aperitivo in giro a bar, poi si passa alla disco e infine...di nuovo in giro! Ma questa opzione è accessibile solo ai più grandicelli, che hanno più libertà (e coprifuoco decisamente meno problematico)...
Tra le scelte indicate sopra, particolarmente degna di nota è la seconda, la DISCO EVENING. Non a tutti piace, eppure vi si può incontrare gente di tutti gli stili: metallari, break-dancers, aspiranti emo con il ciuffo piastrato, e, immancabilmente, truzzi e bimbi. Il fatto che anche chi non ama ballare ci trascorra spesso e volentieri la serata, è dato dal fatto che esistono diverse tipologie di “discotecari”: A)I CUBISTI: Non sono seriamente cubisti, ma potrebbero (e forse vorrebbero) esserlo di professione. Ballano dal momento del loro arrivo fino a quando non giunge l'ora di andarsene, su qualsiasi canzone, fosse anche “Il ballo del Qua-Qua”. Ammirevoli nella loro inesauribile energia (per la quale una buona dose di Valium o di metilfenidato è l'unico rimedio) si fermano sui divanetti solo per appoggiare i propri effetti personali. B)I SEDENTARI: Contrariamente ai cubisti, non ballano per nessuna ragione, forse per timidezza, forse perchè a loro ballare proprio non piace. Passano la serata sui divanetti, da soli o in compagnia di una bionda (la birra, però), a scrutare la pista, in cerca di cosa lo sanno solo loro. C)VAGABONDI: Girano dalla pista al bancone senza darsi pace, ogni tanto si fermano in pista e si scatenano, l'attimo dopo li trovi addormentati inspiegabilmente su uno dei divanetti. Imprevedibili anche per le numerose dediche che cercano di far dire ai dj (i quali, di norma, si dimenticano il nome del destinatario o del mittente, oppure confondono le parole, creando splendidi non-sense del tipo “TANTI AUGURI AD ALMERINDA, CHE COMPIE 207 ANNI, DA PARTE DELLE SUE VESCICHE!”, quando invece la dedica originale era “Tanti auguri a Linda, che compie 17 anni, da parte delle sue amiche”). D)DIVE: Non cercate di attaccar bottone, non vi degneranno mai di uno sguardo finchè date atto di averle notate, nonostante la vostra attenzione sia quello di cui si nutrono. In genere tre quarti del settore femminile appartiene alla categoria che gli 883 definivano “ragazzine vestite da modelle, tacchi a spillo e sguardo da star”...ci mancherebbe, con tutto quello che ci mettiamo a prepararci come minimo bisogna tirarsela un po'! :-) Loro (NOI?) appartengono in realtà sia ai cubisti, che ai vagabondi e, più raramente, ai sedentari...insomma, dipende un po' dal soggetto, ma comunque era d'obbligo riservare una categoria solo per le dive(sempre per il motivo sopracitato degli eterni preparativi!)! E)GLI ALLUPATI: La loro vita da sabato sera dipende totalmente da quella delle dive: in effetti, se non ci fossero loro, neanche gli allupati esisterebbero. È nato prima l'allupato o la diva? Non saprei, ma secondo me è una domanda degna delle più alte stelline di YahooAnswers, ovvero lo strumento che sa dare risposte così improbabili da poter far concorrenza anche alle previsioni di Paolo Fox! (per altre delucidazioni, rimando sempre alla magica Nonciclopedia!). Lo scopo degli allupati è riassumibile in una sola parola: PROVARCI. Potranno essere anche tentativi inutili per i più sfortunati, ma a quanto pare non si scoraggiano mai, cercano sempre una nuova vittima su cui esercitare la propria classe per attaccare bottone: “Ciò, ma ti sito quela che go quasi tirà sotto col trattore l'altro giorno?” F)I LADRI: poche parole da sprecare per loro: si recano nel locale solo perchè aspettano tutta la sera che una vittima ignara si allontani...per frugargli addirittura nella pochette da trucco. Naturalmente, sono perseguitati da almeno 100 anni di sfortuna e pestilenza, augurate loro da quelli che si vedono il portafoglio alleggerito e possono solo sperare che un qualche aiuto divino ringrazi debitamente il caro gesto del ladro. Mi includo con fierezza tra le invocatrici di maledizioni contro questo genere.
Proprio grazie all'eterogeneità degli elementi che frequentano la discoteca, lì si può assistere ad ogni genere di spettacolo, dalla commedia leggera alla tragedia, standosene tranquillamente seduti a sorseggiare qualcosa (tranquilli, niente alcolici dopo le 2 e ai minori di 16 anni!)... Non serve scegliere il canale: vi scorre tutto davanti agli occhi. E se vi perdete qualche tratto delle incredibili avventure discotecare, basta sbirciare nei blog degli interessati, dove i racconti del sabato sera occupano gran parte del diario. Così si possono ammirare inizi di storie d'amore improbabili in stile “The O.C.”, principi di risse bloccate solo dagli amici dei contendenti, gente che piange e che urla la propria insofferenza verso qualcuno che tanto sta sentendo la metà, visto il volume della musica...insomma, volete mettere un sabato sera in disco con uno passato davanti a “C'è posta per te”? :-)
Tuttavia, non si creda che i giri a bar siano meno divertenti, basta essere con la compagnia giusta e, volendo, essere dotati di fotocamera che possa testimoniare i momenti cult della serata...ad esempio le lotte a morsi di certa gente...(fatti e persone puramente casuali...vero Deny?) oppure i metodi pratici per definire il quoziente intellettivo di qualcuno...con un metro per misurare la circonferenza della testa! :-)
Infine, quelli che poi si lanciano nell'opzione MIXED NIGHT, in genere sono invidiati dagli altri Cenerentolini che non dispongono di un coprifuoco sufficientemente esteso (e neanche del passaggio di un amico patentato)...a dire la verità, capita che anche loro invidino sé stessi e la propria incredibile libertà, ma dopo un po' si stancano e ritornano ad orari un po' normali...sarà che la forza dell'abitudine fa passare tutta la voglia di far festa fino a mattina, oppure lo stato confusionale con cui devono convivere il giorno dopo...
In conclusione, qualunque sia il vostro itinerario il sabato sera e la vostra provenienza (perchè sono molti anche gli “xaleti” fissi che frequentano i nostri locali durante il weekend), i punti da tenere a mente sono 3: niente ansia da festone, compagnia giusta e soprattutto...sempre a quel paese i ladri della disco! :-) Have fun!
12 Marzo 2008
Dicono che siamo la generazione dei computer e dei telefonini, e hanno perfettamente ragione. Raramente vi imbatterete in uno di noi
che non abbia il cellulare a portata di mano, e se mai vi dovesse
capitare, state tranquilli, è perchè ha avuto la
disgrazia di dimenticarselo a casa...
Ormai il cellulare non è più
uno strumento per telefonare e basta, anzi, quella è forse la
funzione per la quale viene utilizzato di meno: gli sms, gli mms, il
bluetooth, la fotocamera e il lettore mp4 integrato gli hanno ormai
fatto assumere a pieno titolo un ruolo indispensabile nelle nostre
vite. Adesso,se qualcuno vi vuole conoscere,
non vi avvicinerà per presentarsi, ma si farà dare il
numero da un amico comune, per poi provarci spudoratamente e darvi
molto probabilmente un appuntamento al buio.
Eh già, i cellulari hanno reso
moooolto più semplici le modalità di approccio...
I più coraggiosi, già dal
primo messaggio, si arrischiano a mettere un “tvb” (anche se non
vi hanno mai parlato, nota bene!), che se la relazione platonica va
avanti si trasformerà poi nelle più svariate forme di
sublimazione del sentimento: tvttttttb, tv1kdbxs, tadb (=”ti amo di
bene”...ma che senso ha???), tat...beh, una volta mi è
capitato di leggere un messaggio di un mio amico che alla fine
recitava “TADMIET3MSCXS”...giuro che ci ho messo 2 minuti buoni
per decifrarlo...ok, vi arrendete? La soluzione è...(rullo di
tamburi)...”ti amo da morire, io e te 3 metri sopra il cielo per
sempre”.
Miiiii, che fantasia! Al quale,
sconcertata, ho risposto che forse aveva sbagliato numero...e in
effetti l'sms era rivolto alla sua ex!
A proposito, un altro vantaggio (o
svantaggio per i “colpevoli”) degli sms è che quando un
ragazzo (e cito la parte maschile solo perchè sono di parte)
intrattiene relazioni con 2 o più ragazze, se sbaglia a
mandare un messaggio (come il tipo sopracitato) è possibile
sgamarlo facilmente...e da lì potrete divertirvi a osservare
il modo pietoso in cui si arrampica sugli specchi! (della serie: “no,
era veramente per te, ho solo sbagliato a scrivere il tuo nome, che
c'è di male?tatttttt”). E se tenterete di controllare i
numeri di cellulare in rubrica per vedere che ragazza/o faccia la
parte del nemico/a...beh, mettevela via, se sono almeno un po' furbi
l'hanno salvato sotto il nome del loro migliore amico, spacciandolo
per un suo secondo numero.
Il mondo diventa a portata di tutti su
internet: ormai la moda di avere un blog (da “web log”, traccia
su rete) impazza, che siano pubblici oppure quasi dei diari privati
(io stessa ne ho 5, fate un po' conto), dove ci si può
conoscere e far conoscere...l'emblema per eccellenza del blog è
MySpace, che a seconda delle esigenze può diventare anche un
trampolino di lancio per molti aspiranti artisti che, pubblicando
foto, video dei live o singoli demo, con un po' di fortuna potranno
essere contattati dai pezzi grossi del mondo della musica: si vedano
ad esempio i Panic!At The Disco, o anche i nostri più vicini
Lost...
Chi ha un blog può metterci
foto, scrivere fatti che gli succedono, inserire video...insomma, è
uno spazio dove trova vita una nostra identità virtuale.
Ancora di più che per i cellulari, attraverso il blog si
acquista più coraggio, ci si sfoga su cose che non si
direbbero a chi ci sta più vicino nella vita reale, si leggono
i commenti di persone sconosciute che diventeranno poi, quasi di
sicuro, degli amici virtuali...in pratica, ci si crea un alter ego, e
a volte succede anche che qualcuno si spacci per una persona che non
è...tanto chi ci conosce?
Sempre più frequenti sono gli
incontri via blog: da un commento su un cd in comune (fatti e persone
puramente casuali!!!) si arriva a conoscersi un po' meglio tramite
messaggi privati (un'altra funzione del blog) e, se si scopre di
essere particolarmente vicini, si arriva anche ad
incontrarsi...(occhio, però: fidarsi è bene, NON
fidarsi è MEGLIO...).
Ormai le coppie nate in discoteca sono
sorpassate: via libera ai blog, dunque!
Si può così fare da
ignoti spettatori alla nascita di un amore platonico (e pubblico)
commento dopo commento, post dopo post...vederne gli alti e i
bassi...e la conclusione con tanto di augurio di morte reciproco!
(tutto questo, naturalmente, sempre via commento). Infatti, anche lì, se qualcuno è
particolarmente dotato di spirito da Veronica Mars e come me sembra
avere un futuro nella Polizia Postale, gli incauti individui che
tentano di mascherare qualche losco affare avranno il piacere di
incontrare la vostra furia.
Situazione tipo presa dalla realtà
(chiameremo i soggetti in causa Lui&Lei, per evitare che qualcuno
si vada a cercare su Google i nickname reali!):
Lui incontra Lei via blog, si
incontrano dal vivo e cominciano a frequentarsi; Lui sparisce per
qualche mese e riappare dal nulla commentando una foto con la scusa
“dovevo studiare”, infine scompare di nuovo...e quando Lei si
rifà sentire via cellulare, Lui le manda il poco piacevole sms
“chi 6?” Resosi conto della figura da “ciodo”,
Lui si scusa con il pretesto che il cellulare è andato in tilt
e non riconosce più neanche i numeri di famiglia...riprendono
a vedersi, dopo qualche mese finalmente si mettono insieme e fin qui
è la parte dolce&romantica della storia...il meglio arriva
adesso!
Dopo un po', Lei si accorge che Lui
comincia ad avere mooolte nuove amiche virtuali che gli commentano il
blog...una delle quali si spinge a un appassionato “Ti amo, grazie
per la canzone che mi hai dedicato l'altra sera...sei la mia
vita”...A quel punto Lui è costretto a confessare il suo
tentativo di mettere il piede in due scarpe, come si suol dire. Round
1: 1 a 0 per Lei. Passa un altro po' di tempo e Lei nota
che una ragazza continua a visitare il suo blog: va a vedere chi può
essere talmente ossessionata dalla sua vita virtuale...e non è
altro che...la ex di Lui! La curiosità femminile prende il
sopravvento: si va a ricambiare la visita al blog, naturalmente, per
vedere che faccia e che livello di Q.I. abbia la rivale. Poco tempo dopo, Lei si connette a
Internet con il computer (e il permesso, naturalmente) di Lui...e
quale scoperta le si presenta agli occhi? Lui è connesso con
nickname e password della ex, salvati disgraziatamente da un poco
caritatevole sistema di memoria del pc. Alla faccia che non ci
pensava più! La furia di Lei si spreca. Round 2: 2 a
0 per Lei.
Dopo un breve periodo di tregua, Lei
(che ormai è ambita come assistente da tutti i detective
privati della nazione) comincia a estendere il dubbio iperbolico
cartesiano a tutto ciò che Lui dice e, ripensando a qualche
incongruenza nelle sue parole, si arma di computer e ripesca tutti i
dettagli che i post vecchi le offrono per confermare i suoi sospetti. Messo ormai alle strette, Lui è
costretto ancora una volta a dichiarare le sue colpe: ne deriva che
tutti i punti di domanda in sospeso vengono risolti, con un unico
terreno comune: quando si sono conosciuti e per i primi mesi del loro
frequentamento, lui era felicemente fidanzato! Round 3: Stravince Lei
mettendo Lui KO.
Com'è iniziata, allo stesso modo
deve finire: litigio via sms e infine l'addio definitivo tramite un
post pubblicato sul blog, che fa aumentare le visite di almeno l'80%. Eh già, l'ultima puntata alla
Beautiful in genere è la più seguita: da lì
quasi certamente arriveranno messaggi privati a entrambi i
protagonisti da ragazzi/e che non conoscono assolutamente, ma che
sperano di far dimenticare la disavventura al povero blogger deluso
dalla vita virtuale (e proponendosi subito come validi sostituti).
Purtroppo cellulari e diari virtuali
hanno sicuramente reso più facile la capacità di
relazionarsi, ma allo stesso tempo hanno annullato la costrizione a
confrontarsi direttamente con gli altri, faccia a faccia, esponendosi
come si è veramente e non come si mostra nell'avatar
(l'immagine descrittiva a scelta di ogni blogger) accanto al
nickname... Quindi, se fino a una decina di anni fa
per farsi perdonare vi potevano mandare una lettera chilometrica con
tanto di profumo...beh, ora mettetevela via, è già
tanto se vi manderanno un mms con Winnie the Pooh che proclama
“scusa” al posto loro!
In ogni caso nell'avere un blog non c'è
niente di male...basta che se non vi buttiate a capofitto nel mondo
virtuale dimenticandovi che quella non è la realtà! E
soprattutto, se avete qualcosa da nascondere, evitate di pubblicare
dettagli e riferimenti...o almeno, siate abili nel non farvi sgamare!
Alla prossima!
(Da questo numero ci si vede una volta
al mese...venitemi a trovare nel blog nel frattempo!)
Byeeeeeeeeeeeeeee
24 Febbraio 2008
Dato il fatto che oltre ad essere il blog a disposizione dei teenagers altopianesi, prima di tutto è il MIO blog, volevo ringraziare con tutto il cuore la persona ignobile che ieri sera, presso la discoteca 2 Mori di Camporovere, si è premurato di frugarmi ben bene nella borsa e nella giacca per fot***mi i soldi (che tra l'altro non mi servivano per far "mina", bensì per pagare la quota di un regalo...)
Non scrivo quel che auguro alla suddetta persona solo perchè sarebbero argomenti degni di censura, e non mi voglio abbassare a rendere tanta attenzione a un tale figlio di buona donna. Sappi solo che so perfettamente chi aveva le giacche nel mio stesso divanetto, e so anche con chi stai...e un'altra cosa...RICORDA CHE TUTTO QUELLO CHE FAI, PRIMA O POI RITORNA INDIETRO...
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